04-02-2021

di Raffaele Lauro

La colonna celebrativa dei trionfi militari di Marco Aurelio, che ha dato il nome alla piazza antistante Palazzo Chigi, è stata sempre silenziosa e pallida spettatrice, dal 180 d. C., di eventi storici e di fatti memorabili.Per quanto riguarda la nostra storia repubblicana, ne sono stati testimoni i cronisti politici, specie i decani, che, per decenni, hanno stazionato davanti al palazzo presidenziale, dopo il trasferimento dal Viminale, in attesa di conoscere le decisioni assunte dai consigli dei ministri. Tuttavia l'ultima invenzione paramediatica di Rocco Casalino, ex portavoce di Giuseppe Conte, di far parlare il premier uscente, per il discorso di addio, all'esterno di Palazzo Chigi, davanti ad un tavolino, appare, nel migliore dei casi, come una profanazione, che si é tradotta nella metafora di una disfatta. Taluni, ultimi tra i laudatores, hanno cercato di dare una spiegazione razionale, senza essere convincenti. Avrà voluto sottolineare l'appellativo di Conte, come "Avvocato del Popolo", o il distacco del capo dal Palazzo di pasoliniana memoria, oppure l'immagine di un leader, divinizzato e celebrato dai sondaggi, che torna per terra, tra la gente, a miracol mostrare, per iniziare la sua personale battaglia politica? Queste benevoli interpretazioni fanno a cazzotti, purtroppo, con la diffusione maniacale, in tre anni, di immagini del premier, at work (spesso in maniche di camicia!), oppure assiso e pensoso, nello splendore delle sale e dei corridoi, a simil-immagine di quelle di Putin incedente maestoso tra gli ori del Cremlino! Sia quel che sia, ai più è apparso l'ultimo atto, peraltro mal riuscito, di una sceneggiata, orchestrata da Casalino, in quasi tre anni, che ha occupato, in modo arrogante, se non dispotico, quasi quotidie, i telegiornali nazionali, a partire dal TG1 della RAI. Un'altra immagine, che resterà nella storia semiseria di questa malata, sfortunata e ridicola stagione politica, anch'essa metafora della disfatta, si era consumata in precedenza, dall'alto, quando Luigi Di Maio, sbraitante, nel tripudio dei grillini, ululanti sopra e sotto il balcone di Palazzo Chigi, aveva annunziato, all'Urbe e al mondo, l'abolizione della povertà. Una sentenza che neppure i più grandi benefattori dell'umanità hanno mai osato pensare o avuto l'ardire di pronunciare! Due episodi questi che hanno fatto certamente arrossire (di vergogna!) le marmoree fattezze del famoso monumento celebrativo dell'imperatore-filosofo, autore dei "Colloqui con sé stesso"!





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