24-09-2020

di Ciriaco M. Viggiano

«Sono più di vent’anni che all’Italia manca una vera politica industriale. Anche per il Recovery Fund si stanno stilando solo liste della spesa, senza alcun coordinamento. Invece serve una strategia di crescita ben definita»: così Raffaele Lauro, in passato capo di gabinetto del Ministero dello Sviluppo Economico e oggi segretario generale di Unimpresa.
Quanto pesa la mancanza di una politica industriale soprattutto al Sud?
«Enormemente, perché molti dei più importanti insediamenti industriali del nostro Paese si trovano al Sud, Campania inclusa. Per decenni si è creduto erroneamente che bastassero gli incentivi e gli aiuti a questo o a quel settore per realizzare una politica industriale che invece deve abbracciare tutti i nodi del sistema, dal manifatturiero a quello dei servizi, perché tra questi settori vi è ormai una stretta interdipendenza».
Perché non si è tentato di stilare un piano?
«Soltanto in due occasioni i governi hanno tentato di varare un programma coerente di politica industriale, seppure di portata parziale: una prima volta, nel 2005-2006, e una seconda volta dieci anni dopo. Nel primo caso ero al ministero dello Sviluppo economico e posso testimoniare che le divergenze all’interno del governo Berlusconi ne impedirono l’approvazione e l’esecuzione. Nel secondo caso, nel periodo successivo, al varo di diversi incentivi per l’investimento in ricerca e innovazione, questi nell’ultima parte di legislatura furono tardivamente integrati nel programma Impresa 4.0. Due occasioni mancate».
Come va ripensata la politica industriale?
«Aiuti e incentivi alle imprese vanno ricollocati nei settori che hanno delle prospettive di crescita e con preferenza al Sud. Ma questo deve avvenire sulla base di una ricognizione attenta e con una visione d’insieme che punti ad uno sviluppo sostenibile di tutto il Paese».
Il governo si sta muovendo in questa direzione, ora che sono in arrivo i 209 miliardi del Recovery Fund?
«Il governo sta stilando e pubblicizzando soltanto interminabili elenchi di pseudo-progetti scoordinati tra loro. Non basta aggiungere l’aggettivo digitale per rendere un progetto prospettico e realistico. Mancano una visione unica e una strategia ben definita, per i diversi settori di intervento. Per ogni iniziativa, bisognerebbe indicare il grado di fattibilità, la pianificazione finanziaria, la interconnessione settoriale e il cronoprogramma. Il timing! Occorre, quindi, individuare bene i settori che possono essere adeguatamente supportati dalle risorse messe a disposizione dall’Europa. Il che presuppone un’analisi di dettaglio degli scenari economici che oggi non c’è: la nuova globalizzazione post pandemia e i nuovi mercati concorrenziali. Altrimenti corriamo il rischio che l’Unione bocci o rinvii sine die i progetti presentati e che il nostro Paese non riceva tempestivamente le risorse di cui ha bisogno vitale. Unimpresa ha tenuto un convegno il 4 settembre, in Senato, e ha formulato al governo proposte concrete su alcune riforme strutturali indilazionabili, dal fisco al sistema creditizio, dalla giustizia civile alla semplificazione. Ritardi, improvvisazioni e omissioni rappresenterebbero, in questa fase, una catastrofe soprattutto per il Sud, nonché l’annientamento del prezioso tessuto produttivo delle piccole e medie imprese, celebrato solo a parole”.

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