11/04/2020

Pubblichiamo nuove riflessioni dello scrittore Raffaele Lauro sulle conseguenze devastanti di una protratta crisi di liquidità delle piccole e medie imprese, tessuto connettivo dell’intero sistema economico nazionale. Queste riflessioni sono propedeutiche ad un successivo intervento, nel quale Lauro analizzerà le criticità emerse nell’applicazione delle norme previste nel decreto-legge di marzo, il cosiddetto “Cura Italia”, e delle misure sulla liquidità delle imprese, appena varate con il decreto-legge di aprile. Lo ringraziamo per la consueta 
disponibilità e per il generoso impegno che sta profondendo per la comunità.  

di Raffaele Lauro

La liquidità rappresenta un elemento vitale per le piccole e medie imprese, che quotidianamente sono impegnate a far fronte al pagamento dei debiti, alle difficoltà d’incasso dei crediti e al pagamento delle imposte. Da sempre, quindi, l’economia aziendale destina una particolare attenzione alla gestione dei flussi di cassa che vengono valutati, analizzati e programmati dalle imprese per poter procedere con investimenti in grado di migliorare le performance di business. Lo insegnano i fondi d’investimento, i quali, nel proporre seducenti iniezioni di capitale nelle società in cui investono, guardano ai futuri cash flow più che alla reale consistenza patrimoniale dell’impresa oggetto delle loro analisi. La liquidità, infatti, può fare la differenza in un particolare momento della vita dell’impresa, sia se riferita ad un investimento che a pagamenti improrogabili. 

LA CRISI DI LIQUIDITÀ INDOTTA DALLA PANDEMIA

Questo andamento fisiologico della liquidità aziendale è stato stravolto dalla pandemia, una crisi improvvisa, imponderabile e finora mal governata, che ha prosciugato in brevissimo tempo i conti delle piccole e medie imprese. In un contesto che si può definire drammatico risulta indispensabile che lo governo inietti immediatamente liquidità nelle casse delle piccole e medie imprese, onde consentire al settore produttivo più fragile di non essere condannato a morte. Purtroppo, a distanza di ben oltre due mesi dall’insorgenza, in Italia, dell’epidemia, ciò non è ancora avvenuto, in quanto il “governo degli incapaci” si è mosso, come nella gestione del rischio epidemico, con tempi di reazione ordinari, quasi si trattasse di un normale decreto di fine anno, cosa del tutto irresponsabile in un momento così delicato. Si stima che le perdite saranno di oltre 650 miliardi per carenza di offerta e per azzeramento della domanda, causate dalle misure di contenimento del contagio. Il sistema creditizio non funziona adeguatamente e, di contro, si rischia di attribuirgli un potere eccessivo. Ad oggi gli istituti di credito non hanno ancora disposizioni chiare in merito alla garanzia che lo Stato dovrebbe prestare per i crediti alle imprese. Inoltre, le filiali bancarie operative sono a personale ridotto e, per di più, impegnate a processare le pratiche di dilazione di mutuo, come previsto dal decreto-legge di marzo. Come potranno, quindi, erogare in tempi brevi i prestiti definiti dal governo stesso vitali per le piccole e medie imprese? Il fatto che prestiti inferiori o superiori a 25.000 euro vengano garantiti dallo Stato non significa che possano essere concessi in tempi brevissimi, o brevi, in quanto sugli istituti di credito pende la responsabilità di verificare che le imprese richiedenti, anche mediante autocertificazione dei fatturati 2019, siano comunque meritevoli di ricevere la liquidità necessaria. Bisogna constatare, purtroppo, come la burocrazia delle procedure non sia stata ovviata nemmeno nei tempi di un’emergenza epocale di tale portata.

LA CRISI DI LIQUIDITÀ SOMMATA AGLI SQUILIBRI PREESISTENTI 

La crisi di liquidità rappresenta uno stato patologico della vita dell’azienda, che può diventare letale, quando si va a sommare a preesistenti squilibri economico-finanziari, perduranti nel tempo. Questo è lo scenario, nel quale si trovano oggi le piccole e medie imprese italiane.  La gestione dei flussi di cassa, pertanto, costituisce un fattore determinante per il successo o l’insuccesso della risoluzione della crisi stessa. Per attuare un processo di risanamento rapido, dopo il superamento della fase acuta della pandemia, sarà necessario analizzare:  le cause che hanno comportato la crisi; l’analisi dei dati economici, finanziari e patrimoniali della società, storici e attuali; l’esame del mercato e del posizionamento dell’impresa, nonché la valutazione degli strumenti giuridici, economici e finanziari messi a disposizione dal governo per il superamento della crisi economica. Mentre per i primi punti vi può essere, circa l’analisi degli stessi, una ragionevole certezza, non si può affermare altrettanto riguardo agli strumenti giuridici, economici e finanziari messi a disposizione dal governo. Finora, purtroppo, sono mancate delle procedure snelle per riattivare l’operatività delle imprese che operano in settori di difficile recupero, quali, a titolo esemplificativo, ma non esaustivo: alberghi, B&B, ristorazione, cura della persona ossia quei settori che,  per la natura intrinseca degli stessi, vivono di contatti “ravvicinati” con le persone. Queste piccole e medie imprese rischiano di non riaprire più, in quanto saltare una programmazione di incassi per un interno anno e riprogrammare, per l’anno successivo, comportano un azzeramento totale, o quasi, della liquidità.

I TRE NEMICI IN AGGUATO: LA SVENDITA, IL FALLIMENTO O LA COLLUSIONE MAFIOSA

Azzerare gli ostacoli burocratici, introdurre procedure snelle, erogare a brevissimo sostegni finanziari a fondo perduto e mediante prestiti a zero tassi di interesse, redimibili in almeno un decennio, rappresentano gli strumenti necessari per evitare che gli imprenditori siano costretti a portare i libri in tribunale.  La preoccupazione che, nell’immediato, proviene dai vari comparti imprenditoriali italiani consiste nel timore di non riuscire a ripartire in tempo per scongiurare una chiusura definitiva. Un’altra preoccupazione, non meno gravida di nefaste conseguenze, riguarda l’infiltrazione nelle imprese, in crisi protratta di liquidità, della criminalità organizzata, sempre pronta ad approfittare di situazioni di questo genere, specie nei comparti più fragili, messi definitivamente in ginocchio dalla pandemia. Il rischio è palese: le piccole imprese costrette a svendere le propri partecipazioni ad organizzazioni criminali. Le piccole e medie imprese italiane, quindi, si trovano, al momento, di fronte a tre convergenti minacce: la vendita di prestigiosi marchi, che hanno resa famosa l’Italia nel mondo, ad imprenditori esteri, magari cinesi; l’inevitabile chiusura di moltissime imprese per mancanza di interventi pubblici tempestivi e, non da ultimo, le possibili infiltrazioni mafiose nel tessuto connettivo del sistema economico e produttivo italiano. 

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