26-11-2018

Era un amico fraterno. Fino alla fine. Ho conosciuto Aniello Lauro nel 1977. In una suite dello Splendide alloggiava Irwing Shaw. Il suo romanzo “Paris, Paris” andava a gonfie vele. Ero salito da lui per un’intervista. In una mano lo scrittore teneva un bicchiere di birra; uno di whisky nell’altra. Mentre parlava, un gatto attraversò il cornicione della finestra. Shaw ne rimase affascinato. “Come a Parigi!” – Esclamò in un francese impastato. “Molto meglio!” Gli risposi. “Oltre il gatto si vede il lago!” Quando scesi con la mia registrazione, nella hall incontrai un distinto signore che mi stava aspettando e mi ringraziò per avere scelto il suo albergo per l’intervista. Ne era il direttore. Aniello Lauro. Sapeva subito creare un alone di cordialità intorno a sé e all’albergo, che ha fatto diventare un punto di riferimento importante per uomini d’affari e per gente di cultura. Da oltre venticinque anni in quei saloni si svolgono manifestazioni di prestigio e i maggiori eventi culturali hanno sempre avuto un preambolo una conclusione allo Splendide, sempre con la regia del suo instancabile direttore che portava ogni ospite a sentirsi a proprio agio. E devo ricordare, per piacere oltre che per dovere, che parecchi eventi culturali a Lugano non sarebbero stati possibili senza la collaborazione e la magnanimità di Aniello Lauro che ha sempre raccolto adesioni entusiastiche da parte di operatori turistici e culturali. Eventi privati e pubblici, che solitamente in questi alberghi hanno un senso di provvisorio, da Lauro sembravano momenti in cui il tempo si fermava. Aveva un’arte e un intuito che lo portavano a capire cosa si aspettassero i suoi clienti. Mi ero domandato come tutto questo fosse possibile; e mi chiedevo come avesse fatto, senza servilismi, a far diventare quell’albergo, dove era entrato da giovanotto, una sorta di segreteria cerimoniale di Stato. Occorre conoscere la sua famiglia per averne una risposta. Sua madre, di una ferra dolcezza, aveva una saggezza greca nelle sue considerazioni. Mai l’ho sentito contrariarsi, mai alzare la voce, mai alludere a uno spunto volgare. Stava con una signorile e decorosa umiltà davanti alla gente più umile come davanti ai potenti e alle celebrità con cui ha posato per decine di foto che segnano altrettante visite illustri, da Ray Charles a Mitterand a “Sua Eminenza” Ratzinger, con il quale si intrattenne in affabile conversazione; il porporato gli firmò il testo della relazione che aveva tenuto a Lugano. Teneva lo stesso garbo con il principe arabo come con la coppietta di sposi imminenti che preparavano l’evento; aveva con tutti un lampo negli occhi che esprimeva affetto. Mai una interessata dietrologia. Un affetto che lui sapeva dimostrare, dall’alto di oltre cinquanta anni di carriera; di una famiglia di albergatori, aveva iniziato a dieci anni a lavorare nel tempo libero. Mattone su mattone per costruire una casa ideale dell’accoglienza. Aveva capito come portare la gente in quella prestigiosa casa bianca e azzurra sul lago; ma non lavorava solo per il suo albergo; anche per la “città del suo cuore”. Tutti i maggiori manager alberghieri, l’ho constatato di persona, lo conoscevano e apprezzavano. Non è esagerazione “post mortem”: l’ho scritto già anni or sono. Ne ha fatta di strada quel giovanotto. Ma non lascia un vuoto; questa è la sua maggiore virtù. Lascia un grande esempio di corretta inventiva imprenditoriale; lascia un ricordo esemplare. E una numerosa famiglia in cui era un patriarca silenzioso, nel senso che parlava con l’esempio. Una grande virtù in un mondo in cui si grida sempre di più. Il garbo era il suo costume. Il silenzioso garbo di chi diceva ai suoi dipendenti che quando un cliente ti chiede qualcosa vuol dire che sei già in ritardo, perché avresti dovuto intuire prima che aveva bisogno di te. Una bella lezione. La città gli deve moralmente qualcosa, anche se lui davanti a questa affermazione degli estimatori e degli amici si ritraeva. Quando lo Splendide si avvolge di neve, sembra un castello ricamato di cristalli bianchi e una volta andammo a goderci lo spettacolo dalla riva del lago. Mi disse: “Ma sai che questa città è la più bella del mondo?” Sono stato lì, oggi, a cercare la sua memoria. Era anche un pittore amatoriale ma molto abile, con non poche raffinatezze. Le sue tele erano luminose e piene di colori. Ma non ho visto i suoi quadri; non c’erano, oggi. Le pareti erano piene di sole.”

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