05/05/2018

Dopo l’aborto del confronto tra M5S e PD, peraltro senza un preliminare concepimento, neppure con fecondazione in vitro o madre surrogata e di fronte al rinnovarsi del clima di rissa e di scontro tra e dentro i partiti, che ha mortificato l’intera campagna elettorale, ridotta ad una “fiera di ciarlatani”, il Capo dello Stato ha deciso di concedere ancora un week-end di riflessione ai contendenti e, nella giornata di lunedì, di condurre un ultimo, quanto rapido giro di consultazioni. Martedì, probabilmente, assumerà, onde evitare che la crisi politica diventi “emergenza istituzionale”, le sue doverose e conclusive decisioni per dare, comunque, un nuovo governo al nostro paese, non risultando possibile, costituzionalmente e politicamente, prorogare il mandato al governo uscente.

LA LOGICA DELL’ULTIMO GIRO

Qualche commentatore ha giudicato questa iniziativa presidenziale come un’inutile e pletorica coda ai due mesi di consultazioni post elettorali del Quirinale, condotte direttamente o attraverso gli incarichi esplorativi, affidati ai vertici del Parlamento, entrambi totalmente fallimentari (altro che esiti positivi!) che hanno palesato, in maniera inequivocabile, l’impossibilità di formare, per un gioco di veti contrapposti, una qualsiasi maggioranza parlamentare, anche con le astensioni, a sostegno di un governo Centrodestra-M5S, M5S-Lega o M5S-PD.

di-maio-salviniQuesti inoppugnabili dati di fatto avevano in premessa l’esplicita volontà del “dominus costituzionale” di non voler affidare incarichi o pre-incarichi al buio per cercarsi una maggioranza in Parlamento a nessuno dei due aspiranti alla premiership, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i presunti vincitori. Ciò per non consentire a nessuno dei due un indebito vantaggio ex post, in caso di mancata fiducia, nella gestione dell’inevitabile scioglimento delle Camere e del ritorno alle urne, da una posizione di forza.

Nonostante la scrupolosa chiarezza del presidente, il quale unisce la qualità della prudenza a quella della determinazione, senza mai precipitare in avventatezze, i due ex-innamorati politici passati, tra loro, senza fasi intermedie, dalle effusioni amorose (il bacio del murale!) alla minaccia di querele, non hanno mancato (più il lombardo che il campano) di continuare a “pretendere” l’incarico con espressioni a dir poco provocatorie e irrispettose anche verso il vertice dello Stato, bocciando a priori un governo del presidente, in qualsiasi forma, anche a termine, giudicandolo un tradimento del voto del 4 marzo. Nelle ultime ore, tuttavia, Salvini sembra essere addivenuto a più miti consigli su un’ipotesi presidenziale, purché di breve durata e con un programma definito, in primis la modifica parziale (un solo articolo) della legge elettorale.

Ecco perché la saggezza di matrice democristiana di Mattarella gli ha suggerito l’ultimo giro, che ha una logica politico-istituzionale: sgombrare il terreno dai residui equivoci, dai falsi alibi e dalle strumentali polemiche create ad arte, in modo da mettere al riparo, per quanto possibile, l’istituzione presidenziale, super partes per antonomasia.

ivaPreservarla, cioè, nell’interesse generale dalla inevitabile bagarre propagandistica che seguirebbe alle sue obbligate decisioni, se non fosse possibile, dopo l’estremo tentativo di persuasione, di far nascere un governo di alto profilo istituzionale con il consenso o almeno la non belligeranza di tutti. Un governo in grado di arrivare alla primavera 2019, provvedendo in tal modo agli impegni europei, alla modifica della legge elettorale e alla legge di stabilità, con una manovra correttiva che evitasse l’esercizio provvisorio e scongiurasse l’aumento dell’IVA.

LA STRATEGIA COSTITUZIONALE DI MATTARELLA. EXTREMA RATIO: UN GOVERNO “MINIMO”?

Le valutazioni presidenziali che hanno anticipato anche la direzione del PD conclusasi con un tregua temporale, rivelano la strategia politico-costituzionale che persegue Mattarella, in questo ginepraio, nel caso fosse “costretto” come extrema ratio a varare un governo “minimo” in un clima di emergenza, con un premier terzo di sua scelta (l’ipotesi Sabino Cassese si rafforza!) sfiduciato in Parlamento, ma incaricato comunque di portare il paese alle urne a fine settembre o ai primi di ottobre.

Le delegazioni che saliranno al Quirinale, a partire dal M5S, dal Centrodestra unito e dal PD, dovranno prendere atto quindi di fronte all’opinione pubblica, nazionale e internazionale, che:

il fallimento politico e la fine prematura della legislatura sono imputabili esclusivamente alla loro incapacità di trovare una qualsiasi soluzione di maggioranza e di governo;
non esistono “altre e concrete ipotesi” per dare vita ad un nuovo governo;
gli ipotizzati gruppi di parlamentari “responsabili”, a sostegno di un governo di centrodestra, fatti circolare sulla stampa, non si sono mai dichiarati in forma ufficiale e numericamente tangibile;
qualsiasi pre incarico al buio ad una parte politica danneggerebbe elettoralmente le altre e metterebbe in crisi la terzietà presidenziale;
il Quirinale ha rappresentato i rischi di una emergenza economico-finanziaria, in caso di ritorno alle urne in autunno;
Il Quirinale, infine, di fronte all’impotenza e alla litigiosità dei partiti, è istituzionalmente obbligato a garantire un nuovo governo al paese avendo registrato la mancanza persino di un supporto minimo dei partiti ad un esecutivo di tregua della durata di un anno.

Con quali “credenziali” i protagonisti, partiti e cosiddetti leader, di questo disastrato capitolo della nostra storia nazionale, si presenteranno al Quirinale e, poi, al corpo elettorale?

LE CREDENZIALI DI LUIGI MAIO: VOTO A GIUGNO CON IL “ROSATELLUM”!

Il capo politico del M5S, Luigi Di Maio, ha dimostrato con una repentinità degna di miglior causa, la strumentalità finto-buonista e finto-diplomatica della sua disponibilità a trattare, indifferentemente, prima per una maggioranza con la Lega e, poi, con il PD, al fine di assicurare alla sua intoccabile premiership un qualsivoglia socio di minoranza, fatto prigioniero e ridotto in catene. L’uno o l’altro, per lui, pari sono!

renzi-mrtinaAppena si è reso conto, tuttavia, con la chiusura via etere di Matteo Renzi, che i melliflui tentativi di circonvenzione degli interlocutori fossero entrambi miseramente naufragati, ha accantonato in un batter d’occhio l’improbabile “elegia dei due forni” e la risibile mitica del “contratto al rialzo”, dismettendo l’abitino “blu-Palazzo Chigi” per la tuta mimetica e imbracciando di nuovo il bazooka degli insulti, delle insinuazioni e delle minacce. Ha accusato Salvini di essere “ricattato” da Berlusconi per i guai finanziari della Lega, ha promesso “vendetta” contro il PD (la pagherà!), ha riesumato il conflitto di interessi di Berlusconi e, per non rinunziare a niente, nella giornata mondiale della libertà di stampa ha attaccato il “servilismo” della Rai, promettendo di fare piazza pulita con elezioni meritocratiche nel servizio pubblico radiotelevisivo appena arrivato al potere. Naturalmente elezioni on line (il direttore generale, i direttori di rete, i direttori dei telegiornali Rai, gli inviati, nonché le conduttrici televisive, si preparino alla tenzone sul web!).

Un misto di trasformismo, neo-qualunquismo e infantilismo politico, in poche parole una totale inaffidabilità politica e personale. Non si capisce ancora, comunque, se le esternazioni siano farina del suo sacco (tanto per rimanere nella metafora mulini-forni) suggerimenti dei numerosi consiglieri o ordini gerarchici provenienti da Milano o da Genova. In realtà Di Maio con la conversione a U e con la richiesta di voto immediato a giugno (Al voto! Al voto!) ha tentato, senza riuscirvi, di coprire mediaticamente e di sterilizzare: la marea di proteste del suo assatanato “Colosseo digitale”; la caduta elettorale del M5S in Molise e in Friuli-Venezia Giulia; lo scandalo montante della “colf in nero”; il personale fallimento politico come candidato alla premiership e, più importante, la clausola dei due mandati.

Quest’ultima, voluta fortemente da Gianroberto Casaleggio, padre fondatore del movimento, “sacralmente” immodificabile pena l’insurrezione della base, rappresenta la vera spina nel fianco di Di Maio, in quanto l’applicazione della stessa farebbe fuori, dal Parlamento, quasi buona parte del gruppo parlamentare, la nomenclatura pentastellata e lo stesso candidato premier risparmiando il lungimirante Alessandro Di Battista in viaggio nell’America Latina.

Per queste ragioni, le elezioni nel 2019 o nell’ottobre 2018 saranno contrastate da Di Maio e dal M5S nell’illusione di poter raggiungere la maggioranza assoluta, a giugno, con il “Rosatellum”, pur presentandosi all’elettorato “a mani vuote” e con un fallimento alle spalle.

LE CREDENZIALI DI MATTEO SALVINI: IL FATTORE TEMPO GIOCA A MIO FAVORE!

salvini-berlusconiMatteo Salvini, nonostante le tentazioni e la “sopportazione” delle intemperanze di Silvio Berlusconi, si è definitamente convinto che il fattore tempo gioca a suo favore e che la tattica temporeggiatrice adottata gli porterà quasi intera l’eredità elettorale di Forza Italia, in un partito unico della conservazione, da lui guidato. In questo modo, eviterebbe anche di dover ospitare, da subito, sulla sua scialuppa, reduci forzisti poco graditi.

Il momento topico di questa operazione nell’alleanza di centrodestra (come nel PD!) si manifesterà nella preparazione delle liste per le elezioni anticipate, nel 2018 o nel 2019. Salvini la farà da padrone, con qualsiasi legge elettorale, pretendendo la maggior parte dei collegi sicuri per i suoi fedelissimi e per quei forzisti uscenti favorevoli alla filosofia del partito unico della destra post berlusconiana a trazione leghista. Si può prevedere, quindi, che il centrodestra, anche per volontà di Berlusconi il quale teme uno sconquasso politico e una nuova crisi economico-finanziaria, come quella del 2011 pregiudizievole al paese e alle sue aziende, potrebbe accogliere la richiesta di Mattarella di sostenere, in Parlamento, un esecutivo di tregua con un programma mirato e a tempo determinato.

Se il M5S si tirasse indietro rifugiandosi nella solita opposizione, chiassosa e inconcludente, questa opportunità del centrodestra di mostrarsi consapevole dell’interesse nazionale da salvaguardare ne farebbe crescere le chance di vittoria elettorale maggioritaria e consoliderebbe l’immagine, già diffusa a livello popolare, di un Salvini leader responsabile e forte. Un novello De Gaulle della terza repubblica italiana!

LE CREDENZIALI DEL PD: FIDUCIA AD UN GOVERNO DEL PRESIDENTE

Quanto sia stato previdente Matteo Renzi, dal suo punto di vista, nel “sequestrare” le liste elettorali e nel comporle, a sua immagine e somiglianza, lo si è verificato con l’intervista televisiva che ha stoppato la deriva del reggente Maurizio Martina e dei “governisti” verso la trappola tesa dal M5S al fine malcelato di liquidare definitivamente la stagione renziana giudicata perdente su tutti i fronti. Il documento approvato all’unanimità dalla direzione democratica ha cristallizzato l’attuale rapporto di forze all’interno del partito riconfermando la fiducia a brevissimo a Martina e rinviato le scelte per il nuovo segretario, all’assemblea o al congresso. Un standby dalla durata variabile, a seconda degli eventi politici esterni.

Il PD potrebbe rispondere positivamente al richiamo alla responsabilità del presidente della Repubblica votando la fiducia sia ad un governo di tregua che ad un governo “minimo”. La prospettiva di elezioni anticipate, a ottobre o tra un anno, ripropone tuttavia la questione centrale: il controllo del partito e i criteri di selezione delle nuove liste dei candidati.

Renzi non mollerà di un millimetro e se anche non riuscisse a ritornare personalmente alla segreteria non consentirà mai, con i voti a disposizione nei gruppi e negli organismi di partito, all’elezione di un segretario antirenziano nel timore che questi applichi i suoi stessi criteri padronali nelle candidature. Allora, solo allora, calerebbe sul renzismo la parola fine. Con molta probabilità la soluzione verrà trovata con un renziano di mezzo, non fondamentalista e aperturista verso le minoranze interne, in grado, comunque di rispondere al giovane leader di Rignano.

valzerL’ ULTIMO VALZER DELLA DEMOCRAZIA ITALIANA?

In ogni caso leader e partiti si stanno giocando, in questa drammatica partita per il potere, senza riguardo alcuno per i reali interessi della comunità nazionale, il loro futuro politico e la stabilità delle nostre istituzioni repubblicane. Il giro di consultazioni di lunedì si potrebbe trasformare, come in una malaugurata metafora, nell’ultimo valzer della democrazia italiana.

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