01/05/2023

Pubblichiamo la recensione dello scrittore Raffaele Lauro al saggio storico sulla Costiera Sorrentina, dal titolo “La Costiera dell’Incanto - Storia della Costiera Sorrentina” (2022, pagg. 320), scritto dal professor Vincenzo F. R. Esposito ed edito dalla casa editrice “La Città del Sole”. Articolata in diciotto capitoli (dalla Preistoria al Novecento), la ponderosa opera dell’illustre docente, dirigente scolastico, ispettore e indefesso promotore della storia locale per diffondere il senso di appartenenza alla propria terra delle nuove generazioni, sarà presentata, su iniziativa del Lions Club Penisola Sorrentina - presidente avv. Antonio Maria Di Leva, a Sorrento, venerdì 26 maggio, alle ore 17.00, presso il Palazzo Municipale, in Piazza Sant’Antonino (Sala Consiliare “Torquato Tasso”). La recensione, che segue, concluderà la raccolta dei più significativi interventi pubblici, saggi, recensioni e romanzi, pubblicati da Lauro, nel corso degli anni, dedicati a Sorrento e alla Penisola Sorrentina. La pubblicazione celebrativa, edita dalla GoldenGate Edizioni, sarà presentata, nel febbraio 2024, a Roma, in Senato, e a Sorrento, in occasione dell’ottantesimo genetliaco dello scrittore sorrentino (10 febbraio 1944 - 10 febbraio 2024).

LA RECENSIONE DI RAFFAELE LAURO
“La Costiera dell’Incanto - Storia della Costiera Sorrentina”, di Vincenzo F. R. Esposito (La Cittá del Sole, 2022, pagg. 320), resterà certamente un’opera di grande importanza e significato per la conoscenza della storia della nostra amata terra. Bisogna essere assolutamente grati all’Autore per lo sforzo titanico profuso nel portare a compimento quello che, a tutti gli effetti, rappresenta uno scrigno di preziosi e originali contributi, riguardanti la millenaria vicenda della Costiera Sorrentina. Un’autentica epopea! Ogni opera letteraria, storica o saggistica, inevitabilmente, parla “anche” del suo Autore, senza per questo condividere il metodo critico di Charles-Augustin de Sainte-Beuve, il quale identificava la creazione letteraria esclusivamente nella soggettività dell’Autore, nei minimi dettagli della sua biografia. Metodo che fu avversato aspramente, in un pamphlet famoso, da Marcel Proust. Ciò precisato, non vi è dubbio, tuttavia, che l’anima, lo spirito educativo e sociale, le esperienze di vita e di lavoro di Vincenzo Esposito – il suo io interiore, più profondo, per secondare Proust! – traspaiono da queste pagine, cornice quasi barocca che adorna lo scorrere degli eventi nei secoli. Ne discende da tutto ciò il taglio che l’Autore ha voluto conferire a questa sua opera: un taglio didascalico-divulgativo, direi anche didattico, che, però, non mortifica, né minimizza, la profondità, l’originalità e l’incisività dei contenuti culturali, scientifici e di ricerca storica.

LA DIDATTICA COME SCIENZA EDUCATIVA
Il termine didattica affonda le sue origini nel verbo greco didàskein, che indica l’acquisizione della pratica dell’insegnamento e del mostrare. La didattica è la scienza che si occupa della comunicazione e della relazione educativa allo scopo di ottimizzare l’apprendimento. Nell’età greca classica, i poemi didascalici si ponevano l’obiettivo di istruire gli uomini attraverso la narrazione: ne è esempio il poema di Esiodo “Le opere e i giorni”, in cui il poeta illustrava la necessità del lavoro per l’uomo, dispensando consigli pratici per l’agricoltura e indicando i giorni del mese nei quali fosse necessario compiere determinate attività. Con Socrate si affermò il metodo del dialogo (maieutica), grazie al quale si aiutava il discepolo a far emergere conoscenze, che questi aveva già dentro di sé, ciò che sarebbe stato applicato successivamente da Platone e dalla sua Accademia. Nel Medioevo, invece, le scuole si ponevano come obiettivo l’istruzione cristiana dei monaci e dei chierici. Le lezioni erano caratterizzate dalla lettura da parte del maestro dei testi, mentre l’alunno doveva ascoltare e memorizzare. Nel Seicento, si ebbe la prima rivoluzione che portò la didattica al significato e alle pratiche moderne, grazie al teologo e filosofo ceco Giovanni Comenio, il quale, convinto che l’educazione fosse uno dei principali strumenti in grado di garantire la pacifica convivenza tra gli uomini, introdusse grandi cambiamenti e innovazioni nell’insegnamento, gettando le basi della didattica moderna. Cercò, infatti, di sviluppare una formazione completa della persona e, per garantire un’istruzione a tutti, cercò di collegare le scuole a un’organizzazione centrale e distribuita meglio sul territorio. Tentò anche di guidare i maestri alla conoscenza della didattica e si impegnò a sviluppare specifiche strategie didattiche ed educative. Il filosofo empirista inglese John Locke, concependo la mente umana come una tabula rasa, riteneva che solo l’esperienza fosse in grado di riempirla di nozioni e nell’opera “Pensieri sull’educazione” trattò della formazione del gentleman, assegnando particolare importanza alle discipline, alla motivazione e alla curiosità nel bambino. Nel Settecento, Jean-Jacques Rousseau spostò l’attenzione sul soggetto che è il destinatario dell’insegnamento. Nell’“Emilio”, infatti, mostrò la necessità di ricorrere a una metodologia, basata su un’educazione che cercasse di eliminare tutte le cattive influenze determinate dalle circostanze. Il filosofo ginevrino ridefinì il ruolo del maestro, affinché questi fosse in grado di motivare, stimolare la curiosità, rispettando, allo stesso tempo, i bisogni e i tempi dell’apprendente. E, infine, nel Novecento, fiorirono gli studi di Jean Piaget sugli sviluppi cognitivi dei bambini; di John Dewey, che gettò le basi per la sperimentazione di diverse esperienze educative, in cui si desse grande importanza all’educando e alla sua individualità; di Burrhus Skinner, sostenitore dell’applicazione dei principi conoscitivi dell’apprendimento (tra cui il rinforzo positivo) alla didattica nei suoi diversi modi d’uso. Fino alla Scuola di Francoforte (Marcuse, Adorno, Horkheimer), che sosteneva metodologie antiautoritarie e assegnava particolare importanza alla funzione ideologica della formazione, e il condizionamento, in quest’ultima, dei fattori socio-culturali, come, ad esempio, il linguaggio.

LA METODOLOGIA DELL’OPERA STORICA DI ESPOSITO: UNA NOVITÀ ASSOLUTA RISPETTO ALLA STORIOGRAFIA SORRENTINA
Questo breve excursus sulla didattica vuole rafforzare quanto espresso in precedenza circa la “presenza” dell’Autore nell’opera. Trattazione che, comunque, non si discosta mai dalla metodologia dell’opera storica (ne è testimonianza la precisione certosina del quadro cronologico, degno di un amanuense medioevale), rappresentando, per la sua completezza, una novità assoluta rispetto alle altre opere pubblicate in precedenza, tra cui, le maggiori: “Memorie istoriche della fedelissima ed antica città di Sorrento”, di Vincenzo Donnorso del 1740; “La Penisola Sorrentina. Historia, costumi, antichità, ricerche”, di Manfredi Fasulo del 1801; “Storia di Massa Lubrense” del 1840 e “Storia di Sorrento” del 1881, di Gennaro Maldacea; “Topografia storico-archeologica della penisola sorrentina” del 1846 e “Memorie storiche della chiesa sorrentina” del 1854, di Bartolommeo Capasso; “Monografia del comune di Vico Equense”, di Gaetano Parascandolo del 1858; “Sorrento e la sua penisola”, di Riccardo Filangieri del 1923, e, da ultimo, la più recente e rilevante saggistica, tra gli altri, di Mario Russo sui sedili nobiliari di Sorrento, di Vincenzo Russo sulle famiglie del Piano di Sorrento e sul terziere di Meta nel Settecento, di Vincenzo Puglia su Sorrento e Massa Lubrense nel Cinquecento e di Francesco Saverio Gargiulo sulla monumentale storia della sua famiglia pianese, dal Quattrocento a oggi. Proprio in virtù di questa sua completezza nella narrazione degli eventi storici (dalla preistoria al secondo dopoguerra), quest’opera può configurarsi, quindi, come una sorta di “Monumenta Peninsulae Sorrentinae Historica”, sulla scorta dei “Monumenta Germaniae Historica”, in cui, a partire dal 1826, eminenti medievalisti, nonché eruditi tedeschi ed europei, raccolsero fonti pubblicate per lo studio dei popoli germanici e dell’Europa, in un periodo di tempo compreso tra la caduta dell’impero romano d’Occidente e il XVI secolo. “Sanctus amor patriae dat animum”, fu il motto scelto da Johann Lambert Büchler (“Il santo amore per la patria fortifica lo spirito”) per presentare la monumentale opera, motto che ben si adatta alla finalità formativa, confessata nell’introduzione dall’Autore, di formare le nuove generazioni alla tutela e alla salvaguardia di questa terra da ulteriori attacchi speculativi che potrebbero distruggerla.

IL FILO ROSSO DELLA NARRAZIONE
Questo filo rosso, di alto valore etico e civile, anima tutta la trattazione, dalla prima all’ultima pagina, in cui sono concentrati aspetti che investono multiformi sfere dell’umano agire, da quelle dei singoli come della comunità peninsulare. Il libro traccia le tappe, talvolta dure e defatiganti, del cammino della popolazione peninsulare, che vive attraverso i secoli nella terra dell’Incanto. La storiografia delle piccole storie locali, qual è quella sorrentina, ha un’onorabilità e, pertanto, merita di essere approfondita, conosciuta e tramandata ai posteri. La Storia è il terreno sul quale si svolgono le azioni degli individui. Gli eventi storici dipendono dalle volizioni e dalle azioni dei singoli, ma risultano sempre dall’incontro delle azioni di più individui e, in tal senso, sono opera dello Spirito, secondo Benedetto Croce. Ciò vale, quindi, sia quando si scrive della caduta dell’impero romano o della battaglia di Waterloo, sia quando si scrive, come in questa particolare occasione, della Penisola Sorrentina. In chiave interpretativa, cadono, dunque, le differenze tra la grande storia e le piccole storie. Queste ultime, forse non saranno incluse nei manuali scolastici e non diverranno oggetto di attenzione da parte dei cattedratici, ma rappresentano, a buon diritto, tanti piccoli affluenti di quel fiume che è il cammino dell’umanità.

I CONTENUTI DELL’OPERA
Per entrare nel merito dei contenuti del volume, esso può essere così suddiviso: i primi tre capitoli vanno dalla preistoria ai secoli oscuri, dopo la caduta dell’impero romano. I primi abitatori della Penisola e la dualità tra quelli delle colline, che vivevano di agricoltura, e quelli delle coste, che vivevano di pesca, navigazione e commercio, dualità superata, nel tempo, con la mediazione della Chiesa; l’arrivo dei Sanniti in costiera, come propaggine della Magna Grecia, fino alla romanizzazione e all’occupazione dei legionari e, poi, delle corti imperiali (Augusto e Tiberio); le ville marittime dei patrizi romani in costiera; lo splendore prima della decadenza; i secoli bui con carestie, violenze e malattie nell’alto medioevo, anche in costiera. I capitoli, dal quarto al decimo, trattano dei Ducati di Napoli, di Amalfi e di Sorrento, anni in cui cominciò a formarsi l’identità territoriale e amministrativa sorrentina, fino all’aggregazione dei casali e delle parrocchie di epoca angioina per arrivare al vicereame spagnolo, con il terribile sacco turco di Sorrento del 1558. I capitoli, dall’undicesimo al quattordicesimo, proseguono dal Seicento, che vide l’evoluzione della borghesia sorrentina, fino al Regno delle Due Sicilie e, poi, alla Repubblica Napoletana, vicenda storica questa, nella quale fu coinvolta anche la costiera, specie Vico Equense. Infine, i capitoli, dal quindicesimo al diciottesimo, si sviluppano dalla nascita del Regno d’Italia fino alla “svolta” turistica, che ha comportato un radicale mutamento nel modo di vivere e operare sorrentino.

LA MEMORIA PROUSTIANA: ALCUNI “SQUARCI” DELLA STORIA SORRENTINA, RIVISSUTI INTERIORMENTE NEL CORSO DELLA LETTURA DELL’OPERA
Richiamandosi all’insegnamento di Sant’Agostino, Proust ritiene che solo la memoria, non l’immaginazione né le sensazioni, sia in grado di cogliere le trasformazioni apportate sugli uomini e sulle cose dal tempo, considerato nella sua possibilità di riviverlo interiormente. Ed è proprio su questa dicotomia che lo scrittore francese articola l’intero ciclo narrativo di “Alla ricerca del tempo perduto”,a partire da primo fondamentale volume, “Dalla parte di Swann”(1913). Ebbene, proprio la memoria proustiana, nel corso della lettura dell’opera, mi ha fatto rivivere interiormente, tra i tanti, alcuni tempi, alcune scene, alcuni “squarci di luce” della storia sorrentina, meritevoli di essere ricordati.

LA DISPERAZIONE DI AGRIPPA POSTUMO (7 d.C.)
Il soggiorno, in esilio a Sorrento, per un anno, di uno scomodo erede al trono imperiale, il diciannovenne Agrippa Postumo, accusato, per ragioni politiche, di dissolutezze: la scena della sua disperazione, sulla galea, quando viene costretto a lasciare, su ordine di Augusto, l’amata costiera per essere trasferito, dai pretoriani, in relegazione perpetua, in un’isola dell’arcipelago toscano, certo di andare incontro alla morte, come sarebbe accaduto sette anni dopo, quando fu assassinato da un centurione per decisione di Tiberio.

LA FASTOSA MAGNIFICENZA DELLE NOZZE DELLA PRINCIPESSA GIOVANNA DI DURAZZO, FUTURA REGINA DI NAPOLI (1401)
La fastosa magnificenza del matrimonio, a Sorrento, città del demanio reale, per questa ragione mai infeudata, della principessa Giovanna D’Angiò-Durazzo, sorella del re Ladislao, con il duca Guglielmo d’Austria. Le scene di quella memorabile festa di nobiltà e di popolo, che la futura regina di Napoli non avrebbe mai dimenticato: la Basilica di Sant’Antonino, come chiesa; l’arcivescovo di Sorrento, come celebrante; il percorso del corteo nuziale; i sontuosi addobbi ovunque; gli archi di foglie e frutta per le strade; gli arazzi dai balconi; il lancio di petali di rose dalle finestre; le fanciulle nobili di Sorrento, vestite di bianco, le quali, come damigelle, seguivano gli sposi; il luculliano banchetto di nozze, nei giardini sul mare, ricco di piatti di selvaggina e di pesce, bagnati dai vini delle colline; le musiche, le danze, durate fino a notte fonda, e, infine, la tenera serenata, dedicata ai principi reali, cantata e ballata da coppie di giovani sorrentini, nei loro costumi tradizionali, prima dello spettacolare colpo di scena finale: nella tiepida notte sorrentina, uno scintillante spettacolo di fuochi d’artificio, voluto dal conte Correale e seguìto dagli sguardi stupefatti di tutti gli abitanti della costiera.

LA TRAGEDIA DEL SACCO TURCO DI SORRENTO E LA TORRE DELLA SALVEZZA (1558)
Il 13 giugno 1558, dall’alba al tramonto, Massa Lubrense prima, in particolare Sant’Agata sui Due Golfi, Sorrento e parte della costiera poi furono saccheggiate e messe a ferro e fuoco, con migliaia di vittime e di ostaggi, dai giannizzeri, sbarcati dalle galee della flotta turca del sultano di Istanbul, Solimano il Magnifico, comandata dall’ammiraglio Piyale Pascià. Penetrati dentro la città fortificata, assaltarono monasteri femminili, case, conventi, chiese e la Basilica del Santo Patrono, Sant’Antonino, la cui statua argentea, dalla sommità dell’altare fu scaraventata a terra e profanata con sputi e calci. Devastazione di campi, colture e orti, carneficine di vecchi e bambini, cattura di uomini e donne giovani imperversavano dappertutto, sulle colline e dentro la città. Molti sorrentini, scappati, tra i primi, dalla Porta del Castello, in fuga verso il Piano, trovarono provvidenziale rifugio nella dimora di Giovanni Andrea Romano, fuori le mura. Questi, gentiluomo sorrentino ed eccellente musicista, nonché appassionato di armi e di difesa militare, aveva costruito e fortificato la propria villa, a più piani, con grande sagacia e preveggenza, come una inattaccabile fortezza, in grado di sfidare la furia aggressiva di eventuali invasori. In quella tragica circostanza, dei giannizzeri del sultano. A fine giornata, i saccheggiatori tornarono con il loro bottino di oro, di argento, di vettovaglie e di giovani vite umane sulle galee alla fonda davanti a Marina Grande, per salpare verso l’isola di Ischia, lasciando alle loro spalle l’incendio, la devastazione e la morte. La scena dei superstiti che escono dal loro rifugio, piangenti, emozionati e commossi, e decidono di chiamare quel fortino la “Torre della Salvezza” (oggi, Hôtel Michelangelo).

LA “DAMNATIO MEMORIAE” DELL’ULTIMO VESCOVO DI VICO EQUENSE, MONS. MICHELE NATALE (1799)
L’ultimo vescovo di Vico Equense, mons. Michele Natale, il 20 agosto del 1799, fu impiccato a Piazza Mercato a Napoli per aver partecipato, con slancio e desiderio sincero, alla Repubblica Napoletana, diventando il capo della Municipalità di Vico Equense. Dopo la caduta della repubblica, nel corso della sanguinosa repressione antirepubblicana, ordinata da re Ferdinando IV, fu arrestato, imprigionato nel carcere della Vicaria, condannato e impiccato, soggetto, post mortem, alla “damnatio memoriae”, al fine di cancellare qualsiasi traccia della sua esistenza terrena. Persino il suo ritratto vescovile, raffigurato, tra gli altri, nella sagrestia della cattedrale della Santissima Annunziata, venne sostituito con l’immagine di un putto che chiede il silenzio: la scena di questo martire della libertà, la cui dignità storica è stata, di recente, riabilitata, mentre sale sul patibolo inneggiando, con estremo coraggio, alla repubblica!

IL SOGGIORNO RIGENERATORE, A SORRENTO, DELLA ZARINA MARIA ALEXANDROWNA (1871)
Per circa due mesi, nella primavera del 1871, Maria Alexandrowna, la moglie dello zar Alessandro II, con un seguito di duecento persone e più di trecento militari italiani, addetti alla sicurezza della sovrana, soggiornò a Sorrento, presso l’Hôtel Tramontano. Le immagini dell’imperatrice di Russia, soggiornante a Sorrento, apparvero su tutti i grandi giornali europei, a partire da quelli inglesi, con le dichiarazioni entusiastiche, a lei attribuite, su quel luogo incantato. La scena della zarina, afflitta da una grave malattia polmonare, che passeggia nei giardini dell’albergo per respirare il profumo degli aranci in fiore, ritenuto un balsamo per la sua malferma salute.

IL BATTESIMO FORTUNATO DI “TORNA A SURRIENTO” (1902) E L’INCONTRO CON LUCIO DALLA (1964)
Nel suo viaggio verso la Basilicata, nel 1902, per constatare di persona le condizioni, sociali ed economiche, di quella regione arretrata del Sud, il primo ministro del Regno d’Italia, Giuseppe Zanardelli, soggiornò, per una sola notte, a Sorrento, ospite della città del Tasso e del sindaco-albergatore, don Guglielmo Tramontano, proprietario dell’albergo sul mare, che, dopo il soggiorno nel 1871 della zarina, era stato da lui ribattezzato: Imperial Hôtel Tramontano. Sotto la regia del sindaco, uomo di marketing territoriale ante litteram, Zanardelli fu accolto in maniera calorosa dalla popolazione, tra addobbi, festoni, luminarie, musica e danze popolari. Ma la sorpresa più grande, per l’algido politico bresciano, fu, nel corso della cena ufficiale in suo onore, l’esecuzione di una canzone, a lui dedicata dal sagace sindaco, dal titolo “Torna a Surriento”, composta, parole e musica, da due artisti napoletani, ospiti fissi dell’albergatore mecenate: i fratelli De Curtis, Giambattista ed Ernesto. Il primo ministro fu totalmente rapito e commosso da quella melodia e ne chiese, per ben due volte, il bis. La scena, il giorno successivo, al momento del commiato, al premuroso sindaco che ringrazia l’illustre ospite per quella visita che sarebbe rimasta nella storia di Sorrento, Zanardelli risponde: “Sindaco, nella storia della sua bellissima città, e non solo, resterà di certo l’immortale melodia di Torna a Surriento”. Altra scena, quando, nel settembre 1964, incontro, per la prima volta, al Fauno Notte, nell’ufficio del giovane proprietario del club, Franco Jannuzzi, Lucio Dalla, aggregato alla band dei Flippers, dopo che gli racconto, su richiesta di Franco, l’aneddoto musicale su Zanardelli, Lucio mi replica: “Anch’io dedicherò una canzone a Sorrento, ma non so quando!”. Nell’estate del 1986, mantenne la promessa, fatta a se stesso, componendo, tra il Grand Hôtel Excelsior Vittoria e il Sorrento Palace, “Caruso”, il suo capolavoro.

La lettura dell’opera del professor Vincenzo F. R. Esposito, quindi, oltre a determinare il mio convinto apprezzamento critico, mi è anche cara per avermi suscitato queste memorie e altre... Ma lo spazio è tiranno e io ho già approfittato della pazienza dell’Autore e di chi ha avuto la tenacia di leggere questa recensione.

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