DI
RAFFAELE LAURO
Pubblichiamo la "Lectio magistralis", pronunziata dal prefetto Raffaele Lauro, il 19 novembre 2004, al Teatro Pirandello di Agrigento, in occasione della cerimonia ufficiale di consegna del "Premio Internazionale Empedocle per le Scienze Umane 2004", intitolato alla memoria di Paolo Borsellino, a lui conferito dall'Accademia degli Studi Mediterranei "Lorenzo Gioeni", in riconoscimento dell'attività pubblicistica e del contributo recato, nella qualità di Capo di Gabinetto del Ministero dell'Interno, negli anni 1991-93, alla elaborazione e all'applicazione della legislazione contro la criminalità organizzata (in calce la motivazione del Premio).
Autorità,
Gentili Signore e Signori,
ringrazio, con sentimenti di viva riconoscenza, il Presidente Onorario dell’Accademia,
professoressa Assunta Gallo Afflitto, il Presidente, professor Serafino Mansueto
e la Giuria, nella persona del Presidente, professor Giovanni Fiandaca, per
l’ambito conferimento alla mia persona del “Premio Internazionale
Empedocle per le Scienze Umane 2004” dedicato a Paolo Borsellino.
Desidero rivolgere, in apertura, il mio pensiero deferente alla indimenticabile
memoria di questa severa figura di Magistrato, alla Sua difesa, intransigente
ed appassionata, dello Stato democratico e della legalità repubblicana.
Una difesa intransigente, appassionata e coraggiosa, vissuta nelle ultime settimane
di vita, con un senso inquietante di solitudine.
Paolo Borsellino rappresenta un’autentica lezione di servizio alle Istituzioni,
contro tutti i pericoli che assediano la democrazia, a partire dal cancro delle
organizzazioni criminali mafiose.
La Sua tragica e lacerante morte, insieme con i custodi della scorta, rimane,
per il nostro Paese e per tutte le coscienze civili, la testimonianza nobilissima
di una eredità di valori, sui quali sono fondati la nostra identità
nazionale e il profilo genetico della democrazia repubblicana.
Questa “Lectio” su “Le trasformazioni della democrazia nella
seconda metà del Novecento” è a Lui dedicata, affinché
quell’eredità di valori si perpetui nel tempo e diventi patrimonio
della comunità nazionale.
La prima metà del Novecento e, più particolarmente, i decenni
compresi tra le due guerre mondiali, hanno segnato, con l’avvento dei
totalitarismi, il momento più convulso e più tragico della democrazia
moderna.
Il tema, allora più discusso e più indagato dalla cultura politica,
fu quello della crisi della democrazia e delle modalità di trapasso dal
regime della “discussione” al regime del “partito unico”,
con l’annientamento delle sfere autonome della società civile.
Di tutt’altra natura i fenomeni che hanno contrassegnato l’esperienza
della democrazia nel secondo Novecento.
Nessuno dei regimi democratici che sono stati costruiti nel secondo dopoguerra
è stato abbattuto da una dittatura, mentre si sono dissolti, al contrario,
i sistemi politici nei quali si era identificato il socialismo reale.
D’altra parte, nessuno dei regimi democratici è rimasto immobile
così come era stato costruito all’indomani del secondo conflitto
mondiale, e, meno ancora, è rimasto identico a come era stato pensato
dai teorici della democrazia liberale.
Lungo tutta la seconda metà del Novecento, le democrazie europee hanno
conosciuto un processo di trasformazione di tale entità che a voler descrivere
oggi la fisionomia dei regimi democratici attraverso la lettura dei classici
del pensiero liberale e democratico, oppure attraverso il commento delle costituzioni
scritte, si finirebbe per darne una rappresentazione fuorviante.
Parlare oggi, dunque, di trasformazione della democrazia non è una scelta
arbitraria od oziosa, ma un’operazione culturale importante per intendere
la reale fisionomia del mondo politico contemporaneo.
Si potrebbe scoprire che esso presenta qualcuno dei tratti più ambigui
e più inquietanti che furono intravisti per primo, a metà Ottocento,
dal più profondo analista della democrazia moderna: Alexis de Tocqueville.
Già nel corso del XIX secolo i grandi classici del liberalismo europeo
si erano avveduti che la cittadinanza, la quale, per un’intera epoca storica,
aveva costituito uno dei tratti distintivi delle aristocrazie europee, era divenuta
una dimensione estranea all’uomo. Le cui passioni dominanti erano passioni
commerciali: la ricerca del benessere e della ricchezza.
Di qui lo sforzo di pensare strumenti capaci di ricondurre l’uomo democratico
alla polis, alla città.
Addirittura esemplare, sotto questo profilo, è stato il caso della libertà
politica. Era stata pensata dal liberalismo classico come lo strumento attraverso
il quale una società minoritaria, desiderosa della partecipazione politica,
trasporta nella sfera pubblica la sua abitudine all’esercizio della critica
e della discussione. Essa diventa, nel pensiero di Tocqueville, come una sorta
di difficile pedagogia, come l’unica possibilità di cura dei mali
oscuri della nuova società egualitaria, come il mezzo più efficace
per strappare di tanto in tanto piccoli uomini a quella sfera privata, in cui
tendono a rinchiudersi, per tuffarli nella dimensione politica.
In una pagina bellissima de L’Antico Regime e la Rivoluzione, Tocqueville
così scrive:
“La libertà sola può efficacemente combattere, in simili
società, i vizi che sono ad esse connaturali, e frenarle sulla china
dove tendono a scivolare.
Essa soltanto, in vero, può sottrarre i cittadini dall’isolamento
dovuto alle loro stesse condizioni di vita, per costringerli a riaccostarsi
l’uno all’altro.
Essa sola li ama, li mette diuturnamente in contatto con la necessità
di concertarsi, di persuadersi, di
reciprocamente giovarsi nella pratica dei comuni affari.
Essa soltanto è in grado di strapparli al culto dell’oro e delle
meschine faccende giornaliere dei loro affari privati, per far loro sentire
e vedere in ogni momento la circostante e sovrastante presenza della Patria.
Essa soltanto può sostituire di tempo in tempo all’amore del benessere
passioni più energiche ed alte, offrire all’ambizione scopi maggiori
che non quello di far quattrini, creare la luce che permette di scorgere e giudicare
i vizi e le virtù degli uomini”.
Se non che tutti gli sforzi rivolti a dare all’uomo moderno la dimensione
della cittadinanza sono sostanzialmente falliti. Il dato è emerso da
tutte le ricerche sociologiche sulla partecipazione alla vita dei partiti dell’uomo-cittadino
di oggi, sul suo livello di informazione politica, sui suoi comportamenti elettorali
e sulla diffusa apatia politica, con l’indifferenza a quelle che si usano
definire “le
vicende del Palazzo” e con la fuga verso il privato, la ricerca del benessere
e il perseguimento della ricchezza. E’ accaduto così che tutti
i meccanismi, tutti gli istituti (suffragio universale, decentramento, forme
di democrazia diretta, partiti e così via), pensati come strumenti di
partecipazione e di intervento nella vita politica, si sono svuotati e si sono
trasformati.
Tipico è il caso dei partiti.
Contemplati come l’istanza irrinunciabile della partecipazione dei cittadini
alla determinazione della politica nazionale (così, pressappoco, è
scritto nella nostra Costituzione del 1948), i partiti politici sono diventati
per lo più associazioni di assenti, pacchetti di tessere, di numeri e
di cifre che gli apparati e i professionisti della politica hanno fatto valere
nella lotta politica interna per la conquista del potere. Sono diventati, più
o meno, potenti organizzazioni di apparati che si muovono e concorrono sul mercato
politico per la cattura del consenso.
Come si sono configurati nelle moderne democrazie di massa i processi elettorali?
Circa trent’anni fa, in una pagina de Il futuro della democrazia, Norberto
Bobbio ricordò la grande ilarità che, nei suoi studenti, non mancava
di provocare la lettura di un brano dei Federalist Papers. Un brano in cui uno
dei vantaggi delle procedure democratiche veniva fatto consistere nella scelta,
da parte degli elettori, di un “corpo di cittadini - così scrive
testualmente Madison - la cui provata saggezza può meglio discernere
l’interesse collettivo del proprio paese e la cui sete di giustizia renderebbe
meno probabile che si sacrifichi il bene del Paese a considerazioni particolarissime
e transitorie”.
In realtà, nelle odierne democrazie di massa, il voto di opinione è
andato sempre più scomparendo, mentre è aumentato il voto di scambio,
quello che nel linguaggio di tutti i giorni, si usa definire voto clientelare.
Il termine mercato politico, oggi largamente in voga (c’è perfino
una rivista di studi politici che ha assunto questo nome) per descrivere quello
che gli scienziati della politica usano definire il “decision making”
delle democrazie odierne, ben definisce la fisionomia dei processi elettorali
e dei comportamenti degli elettori.
Le elezioni si sono venute sempre più configurando come un mercato politico
nel senso che in esso si incontrano, in regime concorrenziale, venditori e compratori
di voti, dove il prezzo del voto è dato da un corrispettivo rappresentato
da un favore, o da una serie di favori, a singoli o gruppi.
Tutto ciò sul presupposto del controllo, da parte dei partiti e delle
correnti di partito, delle risorse pubbliche, della fitta rete di enti pubblici
cui ha messo capo il Welfare, delle industrie pubbliche, delle banche e così
via.
Tutto il pensiero democratico dell’ Ottocento e del Novecento ha creduto
nella spinta antioligarchica del suffragio universale.
Chi non ricorda, ad esempio, le motivazioni che, nell’età giolittiana,
Gaetano Salvemini diede alla tenace battaglia per il suffragio universale?
Il suffragio universale avrebbe liberato il Mezzogiorno da quell’autentico
flagello politico e morale che era il dominio incontrastato della piccola borghesia
intellettuale, dei galantuomini, come si usava definirli allora.
Tralascio quello che è realmente accaduto. Il Sud è un caso a
parte nei fenomeni che ci interessano. E tuttavia se ho citato Salvemini ed
il Mezzogiorno, l’ho fatto perché, pur nella specificità
dei suoi sviluppi, il Mezzogiorno rimane pur sempre rivelatore di un fenomeno
più generale che Vilfredo Pareto avrebbe definito della circolazione
delle oligarchie, ossia della distruzione delle vecchie oligarchie, ma non della
legge ferrea dell’oligarchia, tanto più inesorabile quanto più
è avanzata la democrazia di massa.
Non dimentichiamo la lezione di Michels, ricavata dallo studio della socialdemocrazia
tedesca.
Nel più grande partito europeo della classe operaia, nel primo grande
partito moderno di massa, il potere si era andato sempre più concentrando
in una ristretta e inamovibile oligarchia di dirigenti.
I partiti di massa sono stati il prodotto del suffragio universale. Chi dice
partito di massa, dice organizzazione, e chi dice organizzazione evoca una struttura
burocratica, sempre più solidificata e cementificata.
Non intendo, qui, alludere soltanto al fenomeno degli apparati nei partiti moderni.
Intendo alludere anche al fenomeno della generale professionalizzazione della
politica che non fa che avanzare, che si è estesa e si estende dai parlamenti
alle regioni, alle province, ai comuni, alle stesse istanze periferiche dei
partiti e dei sindacati.
Il modello democratico aveva contemplato una società politica di individui
portatori di opinioni. Gli individui che entravano per il tramite della rappresentanza
politica nei parlamenti erano, e dovevano essere, gli interpreti dell’interesse
generale distillato attraverso la discussione.
Per questo le costituzioni scritte hanno fatto e fanno esplicito divieto, tuttora,
di ogni mandato imperativo e comandano al deputato, eletto nei collegi territoriali,
di rappresentare la Nazione. Se non che le società moderne si sono sempre
più articolate in una pluralità di gruppi, di associazioni di
interessi, di categorie professionali, di grandi organizzazioni sindacali di
operai e di industriali, nonché di partiti.
E’ stato questo il fenomeno chiave, il fenomeno decisivo che ha determinato
la terza trasformazione delle democrazie europee, quella che ha investito il
parlamentarismo, la sua essenza di regime del dibattito e della discussione
ed i suoi istituti più caratterizzanti, fino a provocarne l’eclissi.
Allorché la società reale e vivente dei gruppi e degli interessi
corporati è penetrata, in luogo della società immaginaria degli
individui, nel mondo politico, essa si è costruita la sua costituzione
materiale, in luogo e contro le costituzioni scritte.
Ha sostituito, di fatto, la rappresentanza degli interessi alla rappresentanza
politica; gli interessi particolari agli interessi generali; la prassi privatistica
degli accordi e dei contratti tra i gruppi a quella pubblicistica della legge,
quella che un politologo francese ha definito la merecrazia, il governo delle
parti alla democrazia rappresentativa; le lotte, la propaganda, le tregue, gli
accordi dei partiti alla discussione pubblica argomentata e ai parlamenti.
Su quest’ultimo punto, fin dal 1923, Karl Schmitt aveva colto in pieno
il senso della crisi del parlamentarismo.
“La situazione del parlamentarismo oggi – così Schmitt scrive
– è così critica, perché lo sviluppo della moderna
democrazia di massa ha ridotto la discussione pubblica argomentata ad una vuota
formalità”.
I partiti oggi non si confrontano più come opinioni che vengono discusse,
ma come potenze sociali ed economiche le une contro le altre: calcolano i reciproci
interessi e possibilità di potere, e, su questa base reale, fanno compromessi
e coalizioni. Le masse vengono attirate da un apparato propagandistico, il cui
effetto maggiore è basato su appelli ad interessi e passioni immediate.
L’argomento in senso proprio, che caratterizza la vera discussione, scompare.
Al suo posto, nelle trattative dei partiti, si pongono i calcoli sicuri d’interesse
e le possibilità di potere; e nel rapporto con le masse ci si affida
ad efficaci suggestioni o al simbolo.
L’idea di una società libera, elaborata dalla cultura occidentale,
è nata nel corso del secolo XVIII, anche come contestazione del Wohlfahrstaat,
la creatura del dispotismo illuminato e l’antenato del moderno e democratico
Welfare State.
In un passo di Sopra il detto comune: questo può essere giusto in teoria,
ma non vale per la pratica, Kant scrive testualmente:
“Un governo fondato sul principio della benevolenza verso il popolo, come
il governo di un padre verso i figli, cioè un governo paternalistico
in cui i sudditi come figli minorenni che non possono distinguere ciò
che è loro utile o dannoso, sono costretti a comportarsi solo passivamente,
per aspettare che il Capo dello Stato giudichi in qual modo essi devono essere
felici, ed ad attendere solo dalla sua bontà che egli lo voglia, è
il peggiore dispotismo che si possa immaginare”.
Fino all’apparizione de La democrazia in America di Tocqueville non ci
si avvide che, nelle società democratiche, erano all’opera spinte
che avrebbero potuto portare alla formazione di un nuovo dispotismo. A ben guardare,
anzi, uno dei motivi di fondo che, nei decenni a cavallo tra Otto e Novecento
ha attraversato gran parte della letteratura conservatrice sulla democrazia
e le sue trasformazioni, è stato l’ossessione del disordine, la
paura dell’anarchia, delle spinte rivoluzionarie, di un processo inarrestabile
di disgregazione della società e dello Stato.
In un saggio apparso nel 1920 e dedicato al tema delle trasformazioni della
democrazia - un saggio per molti versi anticipatore di tutta la nutrita letteratura
giuridica e sociologica sulla crisi dello Stato moderno – Vilfredo Pareto
indagò i fenomeni dell’associazionismo sindacale e, in genere,
dell’emergere dei gruppi di interesse e di categoria, come nuovi soggetti
politici. Gli sembrò che le moderne democrazie evolvessero verso un regime
semianarchico e neofeudale, che avrebbe messo capo allo sgretolamento dello
Stato e del potere centrale.
Certo, a guardare quanto è avvenuto, nella seconda metà del Novecento,
a livello dei grandi corpi politici e costituzionali dello Stato – il
Parlamento, il Governo -, non si può non notare che il potere politico,
nelle democrazie, sia divenuto un potere complessivamente debole.
Decide con lentezza o non decide affatto, agisce tra mille difficoltà,
incontra sul suo cammino ostacoli di ogni sorta che lo frenano da ogni parte,
è incerto ed esitante nel procedere.
Pure, ad osservare quanto è andato in realtà maturando nel mondo
politico odierno, ma guardando un po’ al di là e al di sotto dei
grandi scenari della politica, non si può non restare colpiti dal fatto
che quelle stesse associazioni, quegli stessi gruppi che ogni giorno appaiono
sfidare lo Stato, eroderne la sovranità, come - per restare a Pareto
- nel Medioevo i baroni feudali sfidavano e talvolta umiliavano i loro re, quelle
stesse associazioni, sottolineo, non fanno che rivolgersi allo Stato per chiedere
provvidenze, per sollecitarne l’intervento, per invocarne l’aiuto
in una miriade di affari cui dovrebbero, ma non sanno e non possono, provvedere
da sé.
E così quello stesso Stato che sembra per un verso debole e disarmato,
è andato estendendo ogni giorno di più le sue competenze, si è
sostituito ai privati in ogni sorta di incombenze e di compiti; è venuto
ad occupare spazi sempre più ampi della società civile; è
penetrato dappertutto.
Sembra delinearsi il cupo scenario di servitù, intravisto da Tocqueville
nella seconda Democrazia: la crescita inquietante di un nuovo Leviatano dai
tratti oppressivi interamente sconosciuti nella storia dell’umanità,
ma infinitamente più distruttivi e più snervanti, meno intenso,
ma più esteso; senza l’efferata crudeltà delle tirannidi
del passato, ma assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite che lavora
volentieri per la felicità dei sudditi “provvede alla loro sicurezza,
prevede e garantisce i loro bisogni, facilita i loro piaceri, guida i loro affari
principali, dirige la loro industria, regola le loro successioni, spartisce
le loro eredità”; capace, dopo avere afferrato “nelle sue
potenti mani ogni singolo individuo ed averlo plasmato a sua volontà”,
di stendere “le braccia provvidenziali su tutta quanta la società”,
di ricoprirne “la superficie di una rete di piccole regole complicate,
minuziose ed uniformi, attraverso cui gli spiriti più originali e gli
animi più energici non possono mai farsi strada per superare la folla,
fino a spegnere, inebetire e ridurre ogni nazione a non essere più che
un gregge timido e industrioso, di cui il governo è il pastore”.
Fondamentalmente, individuare le trasformazioni della democrazia significa intendere
il carattere assunto dal nostro ordinamento politico che, a differenza del passato
compreso tra le due guerre, non oscilla più tra i due opposti poli della
sovranità di tutti o del potere assoluto di uno solo, della democrazia
politica o del dispotismo, ma si definisce sul terreno di una sola forma di
potere che non è dispotica o democratica sic et simpliciter, ma ambigua,
ambivalente e bifronte.
Come aveva previsto Tocqueville essa ha combinato sovranità popolare
e centralismo, democrazia politica e dispotismo paterno, altisonanti diritti
di cittadinanza e onnipervadente tutela amministrativa. Da un lato una seducente
facciata di libertà e dall’altro una desolante condizione di servitù.
“Ho sempre creduto - così Tocqueville scrive in una pagina poco
citata, ma che rimane tra le più penetranti e profetiche tra quelle espresse
dal pensiero politico moderno - che questa specie di servitù ben ordinata,
facile e tranquilla, di cui ho fatto il quadro, potrebbe combinarsi più
di quanto non si immagini con qualche forma esteriore di libertà, e che
non le sarebbe impossibile stabilirsi all’ombra stessa della sovranità
popolare”. Questa forma di potere avrebbe dato ai moderni soltanto l’illusione
di essere liberi; avrebbe dato loro la possibilità di uscire soltanto
per un momento da una condizione esistenziale di dipendenza all’atto della
designazione del loro padrone; avrebbe dato loro la facoltà “di
scegliere di quando in quando i rappresentanti” del potere centrale, mentre
gli avrebbe tolto “poco alla volta la facoltà di pensare, di sentire
e di agire da soli” fino a farli cadere gradualmente al di sotto del livello
umano; avrebbe dato loro immense facoltà nelle materie che concernono
“il governo di tutto lo Stato”, mentre li avrebbe ritenuti incapaci
“della gestione dei piccoli affari”; ne avrebbe fatto, alternativamente,
cittadini onnipotenti ed eterni minorenni, i padroni dello Stato ed il suo zimbello,
“più che dei Re e meno che degli uomini”.
Nelle pagine conclusive della sua grande opera Tocqueville si è sforzato
di decifrare il possibile esito politico delle moderne società democratiche.
Noi contemporanei le leggiamo oggi come la descrizione insuperata del nostro
presente.
Questa è, a mio giudizio, la situazione odierna delle democrazie europee.
Che cosa concluderne?
Non vorrei che quanto ho analizzato fin qui fosse inteso come una sorta di lamentazione
sulle cose che avrebbero dovuto essere e non sono state. Non c’è
nulla di più inane, nell’analisi politica, delle lamentazioni.
In realtà, ha avuto perfettamente ragione Norberto Bobbio quando ha scritto
che quelle che egli definiva le promesse della democrazia (la libertà
politica, il voto di opinione, la fine delle oligarchie, il perseguimento degli
interessi generali e così via) erano promesse che non si potevano mantenere;
che le costituzioni le fanno le forze politiche quando le scrivono come quando
le applicano e che, dunque, le democrazie di oggi si sono date la costituzione
materiale più adatta alle reali condizioni della società che si
sono trovata davanti; che l’espansione del potere burocratico era il prezzo
che le democrazie di massa hanno dovuto pagare alle loro richieste di giustizia
e di eguaglianza.
Ed ha avuto ragione ancora Bobbio quando ha scritto che, malgrado tutte le trasformazioni
intervenute, queste non hanno tuttavia trasformato il regime democratico in
un regime autocratico, perché “il contenuto minimo dello Stato
democratico non è venuto meno, cioè l’esistenza di più
partiti in concorrenza tra loro, elezioni periodiche a suffragio universale,
decisioni collettive o concordate o prese in base al principio di maggioranza.
E tuttavia una domanda resta sospesa, in bilico, sull’orizzonte della
mia, come della coscienza altrui.
Le democrazie moderne, che certamente non sono regimi autocratici, sono società
realmente libere?
La domanda rimane, perché il modello di democrazia, pensato dai classici
del pensiero liberale europeo, si è proposto come tentativo di salvare
la libertà nelle società egualitarie; e la libertà è
stata intesa non solo come il diritto dei cittadini di scegliere ogni tanto
i loro dirigenti tra candidati concorrenti, ma come partecipazione politica,
come autodeterminazione, indipendenza, come orgoglio di sé e della propria
personalità, come senso forte del diritto nei singoli.
Su questo terreno, il modello liberale di democrazia ha registrato, nelle società
egualitarie, il suo scacco più grande e irrimediabile. A tal punto da
spingere alcuni studiosi di dottrine politiche, come Ettore Cuomo, ad affermazioni
“scandalose” sulla incompatibilità dei valori di libertà
e di uguaglianza.
Cuomo ritiene che molti liberal democratici e democratici liberali, liberal
socialisti e socialisti liberali si illudono, oggi, di poterli stringere in
pugno tutti e due. In realtà, secondo lo studioso, ogni passo che si
è compiuto verso l’eguaglianza, lo si è pagato, perdendo
un frammento di libertà: questo è quello che è accaduto
almeno fino ad oggi.
Scrive Cuomo:“Come gli dei dell’Olimpo, libertà ed eguaglianza
sono in perenne conflitto tra loro. Tra le due occorre scegliere: o l’una
o l’altra; o di qua o di là o, tutt’al più, metà
dell’una e metà dell’altra.
Quanto accade oggi nel mondo induce a pensare, anche a chi come me si nutre
di ottimismo, che gli uomini del nostro tempo abbiano già scelto il loro
dio e il loro demone”.
Agli esordi del Terzo Millennio, il regime democratico, frutto maturo, travagliato
ed anche insanguinato della cultura politica europea ed occidentale, si ritrova
assediato in un quadrilatero di pericoli, interni ed esterni.
I pericoli interni vanno dai dubbi circolanti, non solo tra gli studiosi, sulla
incompatibilità tra i valori di libertà e di uguaglianza, fino
ai nemici organizzati della legalità, come la mafia, contro la quale
combattè Paolo Borsellino.
I pericoli esterni, vanno dai disequilibri economici mondiali, accentuati dalla
globalizzazione dei mercati che ha messo in crisi lo Stato-Nazione, a quel terzo
totalitarismo, dopo il nazismo e il comunismo, nel quale si identifica il terrorismo
fondamentalista che aspira al ripristino di oscure teocrazie, negatrici dei
valori fondanti della democrazia.
Autorità,
Gentili Signore e Signori,
nel concludere rinnovo i ringraziamenti agli organizzatori e rendo un deferente
omaggio alla magnificenza intellettuale di tutte le personalità premiate,
presenti stasera in questo Teatro, ad Agrigento, città dalle antiche
e nobili radici culturali.
In particolare, rendo omaggio, nello spirito di questo prestigioso premio internazionale,
a chi quotidianamente contrasta, nella difesa della nostra democrazia, le organizzazioni
criminali. Mi riferisco alla Polizia di Stato, all’Arma dei Carabinieri
e al Corpo della Guardia di Finanza, rappresentati questa sera dai Vertici delle
Forze dell’Ordine.
Vi ringrazio.