La trama del Romanzo

LA TRAMA DEL ROMANZO PER CAPITOLI

  1. TURCHI MALEDETTI, FIGLI DEL DEMONIO, VOMITO DELL’INFERNO!
  2. IL MANCATO RITORNO DI MARINO A SORRENTO
  3. LA PIANETA DALLE MELAGRANE D’ORO
  4. KOSTAS, IL MAESTRO D’ARMI DI MARINO
  5. IL BALLO IN MASCHERA DELLA DECAMERONA
  6. SORRENTO INESPUGNABILE
  7. L’ASSALTO TURCO A MASSA LUBRENSE
  8. IL SACCO DI SORRENTO
  9. LA CONVERSIONE ALL’ISLAM DI MARINO
  10. LA MISSIONE DI MARINO A VENEZIA
  11. IL GRANDE AMORE TRA MARINO E YASMIN
  12. LA BATTAGLIA DI LEPANTO. LA CATTURA DI MARINO
  13. IL PROCESSO DAVANTI ALL’INQUISIZIONE. LA CONDANNA DI MARINO
  14. LA RICONCILIAZIONE DI MARINO CON LA FEDE CRISTIANA. IL RITORNO A SORRENTO

 

I TURCHI MALEDETTI, FIGLI DEL DEMONIO, VOMITO DELL’INFERNO!

Penisola Sorrentina, 12 giugno 1560. Tramonto. E’ una vigilia di corale e trepida attesa per le popolazioni massesi e sorrentine, che lenisce, solo in parte, l’odio profondo contro i turchi, che hanno seminato, due anni prima, morte, sofferenza, dolore e miseria. Turchi maledetti, figli del demonio, vomito dell’Inferno. Maledetti per saecula saeculorum! Sul far della sera, una bella ragazza, Anna, rientra a casa, dalla Porta del Castello, attraversando il ponte sul vallone, dopo essere stata, fuori le mura della città, a raccogliere ginestre per adornare, l’indomani, a festa, i lunghi capelli neri. Come annunziato dai legati del viceré spagnolo di Napoli, alle comunità locali della Penisola Sorrentina, dopo due terribili anni di prigionia, trascorsi ad Istanbul, a seguito del saccheggio turco di Massa Lubrense e di Sorrento del 13 giugno 1558, stanno per ritornare, a casa, i prigionieri superstiti, per la cui liberazione sono stati pagati, al sultano, Solimano il Magnifico, ingenti riscatti, in oro, argento e preziosi, dalle famiglie e tramite una pietosa raccolta popolare, fatta in tutto il vicereame. Anna attende il rientro della madre. Un giovane contadino della Crocevia, Enrico, rincasa, per il meritato riposo, dopo una giornata trascorsa a vangare, in un fondo di proprietà dei conti Correale. Un bimbo, dalla pelle olivastra, in una culla di legno, frutto innocente dello stupro della giovane moglie, dorme beato, suscitandogli tenerezza e, insieme, una profonda inquietudine. Dal balcone di Palazzo Guardati, che si affaccia sullo slargo davanti alle mura aragonesi di Sorrento, donna Virginia Guardati, non ancora sposata, ma particolarmente avvenente e bramata dai maschi sorrentini, osserva, dal balcone, il viavai sottostante. Anche la nobile, due anni prima, è stata vittima dell’aggressione turchesca, fin nella camera da letto, ma è riuscita ad ottenere salva la vita, grazie all’abilità erotica, della quale molto si spettegola, in modo anche osceno, ai tavoli delle osterie. Sulla spiaggia di Crapolla due pescatori si apprestano ad uscire con il gozzo per la pesca notturna, mentre un bambino, Michelino, sale a Sant’Agata, per portare una sporta di alici a donna Titina, una ricca vedova, proprietaria di una ben coltivata masseria, dove si producono, tra l’altro, succosi limoni, appetiti dai marinai sorrentini, imbarcati sulle feluche commerciali. Anch’ella attende il ritorno, da Istanbul, dell’unico figlio, l’amato Angelo. A Palazzo Correale, don Filippo, il patrizio del Sedile di Porta più influente, politicamente ed economicamente, di Sorrento, si prepara, con pompa spagnoleggiante, ad accogliere il primogenito, Marino, per il quale ha pagato un grosso riscatto.

II IL MANCATO RITORNO DI MARINO A SORRENTO

Penisola Sorrentina. Promontorio della Minerva, 13 giugno 1560. Mattino. Una piccola flotta di tre galee ottomane, al comando dell’ammiraglio, Abdel Ahad, ha doppiato la punta estrema della Penisola Sorrentina e si avvicina, a vele spiegate, alla costa alta di Sorrento, per la riconsegna dei riscattati alle autorità locali. Nel cortile di Palazzo Correale, il conte Filippo, alla testa di uno sfarzoso corteo, composto dal capitano spagnolo, dalla moglie Camilla, da famigli e armati, si appresta a scendere, a cavallo, all’approdo della marina di Capo Cervo, di sua proprietà, per antica concessione reale, per accogliere l’erede, che aspira a mandare, presto, alla corte del re di Spagna, Filippo II, al fine di incrementare il prestigio del suo casato. Sul molo dell’altra marina, detta del Porto, grande o dei pescatori, si affollano, trepidanti e commossi, i parenti, per accogliere i propri cari, scampati ad un triste destino. Alcuni li riabbracceranno, altri sprofonderanno in una cupa disperazione per il mancato ritorno della maggior parte di essi. Dei più di 2000 ostaggi, sorrentini e massesi, infatti, soltanto poche centinaia sono sopravvissuti alla lunga prigionia oppure, non tornati, perché diventati schiavi o, come nel caso di vergini fanciulle, destinate all’harem del sultano. Il conte Correale, furioso per l’avvenuto ancoraggio delle galee turche, davanti allo specchio d’acqua della marina dei pescatori, è costretto a recarsi, colà, scoprendo, da una lettera del figlio, che gli viene consegnata dall’ammiraglio ottomano, un’amara realtà: Marino ha scelto di non ritornare, a Sorrento, ma di rimanere, ad Istanbul, presso la corte del sultano. La moglie, donna Camilla, all’inattesa notizia, cade in deliquio, mentre la flotta turca, levate le ancore, riprende il mare, per ritornare ad Istanbul.

III LA PIANETA DALLE MELAGRANE D’ORO

Sorrento. Cattedrale, 23 luglio 1560. Mezzogiorno. L’arcivescovo, il domenicano Giulio Pavesi, inviato subito a Sorrento, da papa Paolo IV, poche settimane dopo l’eccidio turco, il 20 luglio del 1558, uomo di profonda dottrina e instancabile guida morale della rinascita religiosa di Sorrento, officia, insieme con i vescovi di Massa Lubrense e di Vico Equense, nella cattedrale ancora ferita, la solenne celebrazione di ringraziamento al Signore per il ritorno dei riscattati e, di suffragio, per i morti in prigionia. Il presule indossa una scintillante pianeta, oggetto della devozione popolare, raffigurante melagrane d’oro, ricamate da suor Silvina, un’anziana suora ricamatrice del monastero femminile di San Paolo, la quale si è lasciata martirizzare dai turchi, come Sant’Agata, nel corso della profanazione del convento, per difendere dai predoni ottomani, alla ricerca di bottino, il prezioso paramento sacro, bagnato con il sangue della martire. Dai primi banchi, don Filippo Correale non segue la cerimonia, ma si interroga e si tormenta sulle oscure ragioni, che hanno spinto il primogenito a rimanere ad Istanbul, a tradire la famiglia e a pregiudicare i programmati progetti di ascesa politica del casato, che ritiene compromessi, anche per lo scandalo, suscitato da quel tradimento del figlio, che, ben presto, sarà portato, dai nemici, all’orecchio del Viceré di Napoli e dello stesso sovrano spagnolo. La moglie Camilla, al contrario, si abbandona ai teneri ricordi dell’infanzia e della giovinezza dell’amato figlio, sperando, in cuor suo, di vederlo, un giorno, ritornare, nonostante una terribile profezia le opprima l’animo. Terminato il Te Deum, seguito da tutto il popolo sorrentino, il conte Correale abbandona, furibondo, la cattedrale, da una porta laterale, senza prestare omaggio, in sagrestia, ai celebranti. Mentre rientra a palazzo, impreca e inveisce contro il maestro d’armi del figlio, che sospetta essere il vero responsabile di quanto accaduto.

IV KOSTAS, IL MAESTRO D’ARMI DI MARINO

Sorrento. Palazzo Correale, maggio 1553. Mattino. Donna Camilla Correale siede, con l’ultimogenito in braccio, Ercole, nel cavedio del palazzo, quando don Filippo, di ritorno da Napoli, a cavallo, le presenta il maestro d’armi di Marino. Questi, di origine greca, di nome Kostas, taciturno e misterioso, con un falco sulla spalla, gli è stato mandato, su sua richiesta, da Venezia, da un amico. Marino, apprendendo le arti militari, non più soltanto le discipline umanistiche, impartite da un anziano sacerdote, amico di famiglia, padre Marrico, si deve preparare a diventare cavaliere, per essere ammesso alla corte del re. Con l’abile maestro, Marino, raggiunge, in quattro anni, l’eccellenza in tutte le pratiche fisiche, dal cavalcare al tirar di spada, sorprendendo e rendendo, di questo, orgoglioso il genitore. Il primogenito dei Correale, tuttavia, come viene acclarato una sera, a cena, manifesta turbamenti ribelli e ragionamenti, sempre meno ortodossi, anche sul piano religioso. Il padre interpreta quei “grilli” del figlio, ormai diciassettenne e fisicamente prestante, come i sintomi di una incipiente virilità, non soddisfatta. Decide, pertanto, di porvi rimedio con un piano, la cui esecuzione viene affidata, in segreto, al fedele maggiordomo, Fernando, di origini castigliane, il quale conduce, con uno stratagemma, il giovine presso una cortigiana napoletana, affinché possa essere iniziato all’eros.  

V IL BALLO IN MASCHERA DELLA DECAMERONA

Sorrento, Venezia e Roma, 1538 – 1539. Un anno prima del matrimonio con Camilla, che sarà celebrato nel 1539, il giovane Filippo Correale, viene spedito, dai genitori, in un viaggio culturale, lungo un anno, a Venezia e a Roma. In realtà, si tratta di una copertura per allontanarlo da Sorrento, prima del matrimonio, onde evitare il ripetersi di altri scandali, già provocati dall’erede, il quale seduce e ingravida popolane, causando anche danni al patrimonio domestico, a causa delle richieste di risarcimento. Nella città lagunare, che, in quegli anni, ha raggiunto il massimo splendore, artistico ed economico, grazie alle opere del Tiziano, dei fratelli Bellini, del Carpaccio, del Giorgione, di Paolo Veronese, del Pordenone e del Tintoretto, l’aitante sorrentino viene ospitato, a Palazzo Gritti, dall’amico Marcantonio Gritti, figlio del doge Andrea, il quale, per l’età avanzata e per i pressanti doveri dell’ufficio dogale, vive stabilmente a Palazzo Ducale, lasciando campo libero alle sfrenatezze del suo secondo figlio naturale, nato da una madre di origini sorrentine. Con il giovane nobile veneziano, dall’estate all’autunno inoltrato del 1538, Filippo trascorre le serate, frequentando molte cortigiane, presenti, in quel tempo, in gran numero, a Venezia, bisbocciando fino a tarda notte, insieme con una compagnia di altri giovani nobili veneziani, scapestrati quanto il Gritti. Filippo documenta il suo soggiorno veneziano ai genitori, con missive che descrivono (soltanto) le (rare) visite fatte, a Padova, alla Basilica di Sant’Antonio, alla Cappella degli Scrovegni e alle chiese veneziane. Il soggiorno si conclude, con un ballo di addio, in maschera, sul tema “Il Trionfo della Lussuria”, organizzato dal Gritti, in onore dell’amico in partenza per Roma, con l’aiuto di una famosa cortigiana veneziana, la Decamerona. Il ballo si trasforma, tra fumi di vini trevigiani, in un’orgia promiscua. Lasciata la Serenissima Repubblica, il giovane Correale si reca a Roma, dove continua a frequentare altre cortigiane, anche colà numerose, nei cui salotti conosce il cardinale Alessandro Farnese. Questi gli fa visitare la Cappella Sistina, con il Giudizio Universale in fase di completamento, da parte di Michelangelo Buonarroti, e la Fabbrica di San Pietro. Di questo, solo di questo, naturalmente, Filippo informa, con epistole dettagliate, il padre e la madre, i quali lo riforniscono di denari da Sorrento. Ritorna a Sorrento soltanto un mese prima delle nozze, celebrate, nel maggio del 1539, nella stessa chiesa di Sant’Antonino, con lo stesso sfarzo e lo stesso convivio nuziale del matrimonio, avvenuto a Sorrento, nel 1401, tra la principessa Giovanna di Durazzo, futura regina Giovanna II di Napoli, e don Guglielmo d’Austria. Il matrimonio reale, organizzato dai Correale, era stato alla base delle fortune della famiglia, con  le concessioni proprietarie, fatte a loro, dalla sovrana angioina, confermate, poi, dai sovrani aragonesi, Alfonso I e Ferrante I. Dieci mesi dopo, donna Camilla Correale dà alla luce Marino, l’erede dei Correale di Sorrento.

VI SORRENTO INESPUGNABILE

Napoli e Penisola Sorrentina, primavera 1558. Marino, divenuto un abile cavaliere e un imbattibile spadaccino, famoso in tutto il vicereame, oltre che a Sorrento, grazie al rigore e alla disciplina, che il maestro Kostas gli ha imposto, quotidianamente, vince una giostra cavalleresca, a Napoli, alla presenza del Viceré spagnolo, Fernando Álvarez de Toledo y Pimentel. Al compimento del diciottesimo anno, nella primavera del 1558, anche per la particolare bellezza virile e la non comune prestanza fisica, diviene l’idolo dei giovani patrizi sorrentini e l’ideale maschile delle fanciulle, sorrentine e napoletane, nonché delle popolane e di tutte le donne della servitù di Palazzo Correale.  Riscuote, inoltre, a differenza del padre, arrogante e imperioso, l’universale consenso, anche per la grazia e il tratto garbato del carattere, sempre rispettoso degli altri, a qualunque ceto sociale appartengano. Nelle lunghe cavalcate, anche notturne, fino al tempio di Minerva, ai ruderi della villa di Pollio Felice o a Casarlano, tra il maestro d’armi e l’allievo, si apre un dialogo sulla filosofia e sulle religioni. In tal modo, Kostas, il quale si rivela molto colto, introduce Marino, attraverso la filosofia di Platone e di Aristotele, al patrimonio della filosofia araba, a partire da Averroè. Gli argomenti trattati aprono la mente di Marino a nuovi orizzonti culturali, anche religiosi, più ampi e diversi dall’impostazione dogmatica di padre Marrico, suscitando la preoccupata indignazione dell’anziano precettore cattolico, il quale comincia a temere, nelle continue domande e obiezioni del giovane, non più mansueto recettore del passato, una deriva, al limite dell’eresia. Il precettore riferisce alla madre, sempre più preoccupata, di quella libertà di pensiero del figlio, che, in tempi di guerre di religione, di Inquisizione e di roghi, potrebbe diventare pericolosa per il futuro dell’erede. Il conte Filippo, a causa dell’innata insofferenza nei confronti del precettore, ne sottovaluta gli avvertimenti e continua a giudicare il parlare in libertà del figlio, come un portato dell’esuberanza giovanile. Marino, su invito di Kostas, assume, in seguito, un atteggiamento più prudente, anche per evitare rappresaglie del padre contro il maestro d’armi. Due notti di luna, al promontorio della Minerva, a Massa Lubrense, e presso i ruderi della villa marittima di Pollio Felice, al Capo di Santa Fortunata, a Sorrento, rivelano il nuovo abito mentale del giovane Correale. Nel maggio del 1558, conclusa la formazione cavalleresca, Marino, ormai diciottenne, viene investito del cavalierato dal Viceré di Napoli, in una solenne cerimonia, per essere destinato, nelle intenzioni paterne, a Madrid, alla corte di Filippo II. Agli inizi di giugno, viene recata a Sorrento l’allarmante notizia dell’imminente arrivo, proveniente dalla Calabria, lungo le coste salernitane e napoletane, di una imponente flotta turca di 130 galee, al comando del kapudan paşa, Piyale Paşa, un ammiraglio di origini ungheresi, allevato personalmente, fin dall’infanzia, da Solimano e fedelissimo del sultano. Il nuovo Viceré di Napoli, Juan Manrique de Lara, invia, a protezione della città, un contingente di 200 armigeri spagnoli, per rafforzare le difese locali. Ma il conte Filippo Correale, convinto che Sorrento sia inespugnabile e contrario a spesare di vitto e di alloggio la truppa, nonché ad ospitare la soldataglia spagnola, dentro le mura di Sorrento, convince, in ciò spalleggiato da altri nobili dei Sedili di Porta e di Dominova, il parlamento cittadino ad inviare una delegazione al Viceré, con la richiesta, accompagnata da doni, di ritirare gli armati. Nonostante le proteste del delegato arcivescovile, in mancanza dell’arcivescovo, scomparso due settimane prima, e dei rappresentanti dei Casali del Piano, più esposti ad un assalto, perché al di fuori delle mura, prevale la tesi del Correale. La guarnigione rientra a Napoli, la domenica del 12 giugno 1558, festeggiata, la sera stessa, nei palazzi nobiliari, con convivi, brindisi e abbondanti libagioni. A partire da Palazzo Correale.

VII L’ASSALTO TURCO A MASSA LUBRENSE (vedi mappa interattiva »)

Marina del Cantone, Massa centro e Sant’Agata, 13 giugno 1558. Alba. La flotta turca, non avvistata da alcuno, dalle torri di guardia costiere o dagli abitati collinari, sbarca nei pressi della Marina del Cantone, a Massa Lubrense, duemila armati, al comando del feroce kapudan Dragut, tristemente noto per aver già saccheggiato, negli anni precedenti, Positano, Castellammare di Stabia e l’isola di Capri, incendiando la Certosa e il Castello. Gli abitanti del piccolo borgo marinaro, sorpresi nel sonno, vengono barbaramente trucidati, se osano opporre resistenza, oppure fatti prigionieri e trascinati sulle galee alla fonda. L’orda turca di giannizzeri e di sipahi, armati fino ai denti, preceduta dai feroci rinnegati cristiani, ascende al villaggio di Anarano, razziando, violentando e uccidendo, con l’obiettivo di fare bottino e portare via ostaggi, maschili, se validi, e femminili, se avvenenti. Il resto viene decapitato a colpi di scimitarra. Nei pressi delle Tore di Termini, il comandante Dragut, il quale ha ben studiato il terreno, divide gli armati, in due blocchi: mille uomini si dirigono verso Sant’Agata e gli altri mille scendono verso Massa centro. A Sant’Agata, Dragut attacca, saccheggia e incendia la masseria di donna Titina, l’abitato e la chiesa di Santa Maria delle Grazie, scendendo, poi, con i prigionieri legati, verso Sorrento, senza incontrare la benché minima resistenza. L’altro gruppo di soldati turchi, invece, raggiunge il centro di Massa Lubrense, dopo aver seminato, nelle frazioni, morte e distruzione. I pochi massesi superstiti, non uccisi e non catturati, trovano rifugio nelle torri. Per ogni dove, si odono urla di disperazione, grida angosciate, pianti dirotti e infelici lamenti, misti alle colonne di fumo degli incendi.

VIII IL SACCO DI SORRENTO (vedi mappa interattiva »)

Sorrento, 13 giugno 1558. Mattino. Sono arrivate, davanti alla marina dei pescatori, venti galee, al comando dell’ammiraglio, Piyale Paşa, provenienti dalla Marina del Cantone, dove il grosso della flotta è rimasto alla fonda, in attesa del completamento delle operazioni di saccheggio di Massa Lubrense. Nel monastero femminile di San Paolo, a Sorrento, la madre badessa, Vittoria Donnorso, presiede l’adorazione dell’Eucarestia, nella chiesa del convento, quando un’anziana monaca, suor Silvina, irrompe nella chiesa, annunciando di aver visto Sant’Antonino, il patrono della città, volare in cielo e tuonare contro i litigi dei governanti sorrentini. Kostas, informato dal fedele falco, che ha fatto la spola con la flotta turca, esce da Palazzo Correale e raggiunge, senza incontrare nessuno per le strade, la porta greca della Marina Grande, insieme con il suo cavallo, Khalīl, e quello di Marino, Vento del Sud, sul quale è poggiato un pesante sacco, con dentro Marino addormentato. Con le chiavi della porta, sottratte al conte, apre ai turchi, pronti all’assalto e ad appiccare gli incendi. Incontra un antico compagno d’armi, Hashim, incaricato dall’ammiraglio, Piyale Paşa, del sacco della città, seguito da decine di giannizzeri e di rinnegati cristiani. I turchi penetrano, senza resistenza, nel cuore di Sorrento. Inizia lo spaventoso saccheggio. I primi edifici ad essere assaliti sono i monasteri femminili. Suor Silvina, dopo aver assistito alla cattura della badessa e delle altre consorelle, si rifugia nella sua cella e, a prezzo della vita, riesce a proteggere dalla razzia la pianeta dalle melagrane d’oro. Divisi in schiere, inviate a presidiare le altre tre porte di accesso alla città, i rinnegati cristiani si abbandonano alle più sordide violenze ed efferatezze, per le strade, nei palazzi nobiliari e nelle chiese, a cominciare dalla chiesa di Sant’Antonino, incendiando, distruggendo e facendo moltissimi prigionieri. I sorrentini disperati fuggono in ogni dove, alla ricerca di una difficile salvezza. Pochi nobili, con alla testa il governatore spagnolo, Cristofaro de Villareale, tentano una disperata difesa, schierati sulla spianata del Castello, ma vengono, all’istante, trucidati. Dragut scende da Sant’Agata, devasta Casarlano ed entra, dalla porta della collina, a Sorrento, dove prende il comando delle operazioni. In poco tempo, la cattedrale e il palazzo arcivescovile vengono dati alle fiamme, centinaia di anziani uccisi e circa mille persone fatte prigioniere. Poche centinaia si salvano in una torre, fuori le mura, sulla strada verso il Piano. Al tramonto, dopo una giornata di violenze, profanazioni, razzie, stupri e ammazzamenti, la lunga fila di ostaggi viene scortata, dal molo della marina dei pescatori, sulle galee. Solo Palazzo Correale, misteriosamente, si salva dall’assalto dei turchi. Don Filippo, sul far della sera di quel giorno fatale, mentre le galee turche, cariche di bottino e di ostaggi, veleggiano verso Procida, si risveglia, ancora intontito dal troppo vino, bevuto la sera precedente. Viene informato dal maggiordomo Fernando e dal capitano spagnolo, Manuel Montygo, di quanto sia successo a Massa Lubrense e in città, nonché della scomparsa di Kostas e di Marino. I tre escono per cercarli, pensando di ritrovarne i corpi tra i morti, ovunque disseminati, dentro e fuori le mura. Scene agghiaccianti si presentano ai loro occhi, nelle ombre della notte. Sorrento, avvolta dal fumo degli incendi, non ancora spenti, appare devastata, umiliata, profanata e sanguinante.

IX LA CONVERSIONE ALL’ISLAM DI MARINO

Procida, Minorca, Stromboli e Istanbul. Estate 1558. Dopo la devastazione di Massa Lubrense e di Sorrento, la flotta di Piyale Pa?a fa rotta, nella notte, verso l’isola di Procida, per attendere, alla fonda, per qualche giorno, l’arrivo, via mare, delle delegazioni, vicereali e cittadine, con l’offerta dei riscatti per l’immediata liberazione degli ostaggi. Nell’attesa, viene saccheggiata Procida, con limitato bottino e pochi ostaggi. I procidani riescono a riparare in zone, alte e inaccessibili. Al risveglio, in una delle cabine della galea ammiraglia, Marino chiede a Kostas spiegazioni. Le rassicurazioni sulla salvezza della famiglia gli fanno rifiutare l’opportunità di rientrare a Sorrento e accettare l’avventura verso la nuova dimensione religiosa, scoperta con la lettura del Corano, sotto la guida di Kostas, il quale gli ha insegnato, negli anni, sempre in segreto, anche l’arabo. Decide, quindi, di seguire, ad Istanbul, il maestro d’armi, di continuare il cammino di conversione all’Islam e di entrare nell’accademia del corpo dei giannizzeri, la potente milizia personale del sultano, della quale Kostas, come premio per l’operazione sorrentina, verrà nominato, da Solimano il Magnifico, comandante (ağa). Lasciata Procida, dopo l’inutile attesa dei riscatti, la flotta risale il Tirreno, giungendo a Piombino, dove il kapudan paşa, Piyale Paşa, riceve, sull’ammiraglia, l’ambasciatore genovese, Francesco Cibo Costa, inviatogli dal governo della Repubblica di Genova, per definire un armistizio marittimo tra la Sublime Porta e la Signoria dei Doria. Di lì, non potendo più saccheggiare le coste liguri, Piyale Paşa si dirige, con la flotta, verso le Baleari, invadendo l’isola di Minorca, saccheggiandola e portando via migliaia di ostaggi giovani, compiendo efferatezze sulle popolazioni, ancor più crudeli di quelle inflitte ai massesi e ai sorrentini. Veleggiando lungo i litorali tirrenici, le galee turche fanno finalmente rotta verso Istanbul, sostando, in una notte di luna piena, dinanzi alla Sciara del Fuoco, presso l’isola di Stromboli, alle Eolie. Si rinnova, come in tante notti sorrentine, l’intenso legame tra Marino e l’astro lunare, simbolo della femminilità. Marino, uscito dalla fase di meditazione, comunica all’ammiraglio turco, di fronte a quel sublime spettacolo di fuoco e di luce, la decisione di convertirsi all’Islam. Il kapudan paşa gli impone, appunto, il nuovo nome, da musulmano: Amir al-Qamar, ossia Principe della Luna. La flotta vittoriosa, carica di bottino e di ostaggi, destinati al mercato degli schiavi, giunge finalmente, nel Corno d’Oro, di fronte al profilo meraviglioso della collina di Istanbul, illuminata da un tramonto dorato. Piyale Paşa viene portato in trionfo. Kostas, il cui vero nome arabo, da convertito all’Islam, è Husam ed-Din, viene nominato, in riconoscimento del lungo lavoro di spionaggio a Venezia e a Sorrento, da Solimano il Magnifico, ağa dei giannizzeri. Marino entra a far parte della milizia personale del sultano. Trascorsi due anni, perviene, ad Istanbul, con una delegazione, spagnola e sorrentina, il riscatto per liberare gli ostaggi. Anche il padre di Marino ha pagato per la sua liberazione, ma il giovane, dopo una tormentata notte, decide di rimanere, definitivamente, ad Istanbul, e invia una lettera di addio ai genitori.

X LA MISSIONE DI MARINO A VENEZIA

Istanbul, 1560 e seguenti. Conclusa la formazione militare presso l’accademia dei giannizzeri, Marino, in ragione delle qualità mostrate, viene trasferito presso la cancelleria del governo imperiale, al Topkapi, come traduttore dei dispacci diplomatici prima, e, poi, della corrispondenza personale del sultano. Il terzo Visir, Sokollu Mehmet Paşa, in grande ascesa politica, anch’egli un convertito all’Islam, di origine serbo-ortodossa, lo apprezza molto e lo prende sotto la sua protezione, avviandolo ad una brillante carriera diplomatica, che procede, di pari passo, con quella dell’influente protettore. Una Istanbul magica, seducente e luccicante d’oro fa da sfondo alla nuova vita di Marino: le moschee, la Suleymaniyyè e la tomba in costruzione della Hürrem Sultan, Karima, la defunta moglie del sultano, sono frequentate assiduamente dal giovane. Nel Süleymaniye Hamam, il bagno turco della moschea di Sulaymān, Husam ed-Din e Amir al-Qamar si incontrano spesso, al riparo da orecchie indiscrete, colloquiando e scambiandosi informazioni, preziose per entrambi. Marino viene a conoscenza di particolari sulla vita della Hürrem Sultan, moglie scomparsa di Solimano, sulla tragica storia del favorito del sultano, Pargali İbrahim Paşa, nominato Gran Visir e, poi, fatto uccidere dal sultano, nonché sulla guerra fratricida in atto, tra i figli di Solimano, Bayezit e Selīm, per la futura successione al trono. Alla festa di matrimonio del Visir Sokollu con İsmihan, la figlia dell’erede al trono e nipote del sultano, Marino ha l’opportunità di incontrare il mimarbaşi, l’architetto imperiale, Mi’mār Sinān, creatore di tutte le meravigliose e stupefacenti costruzioni, religiose e civili, di Istanbul. Con questi, influentissimo personaggio vicino a Solimano, Marino ha un coltissimo scambio di opinioni sull’arte e sulla religione islamica, di fronte agli sguardi stupiti degli assistenti del genio architettonico. Prosegue l’espansionismo incontrastato dei turchi nel Mar Bianco, orientale e occidentale, fino al fallito assedio di Malta. Nel maggio del 1565 la flotta turca, al comando del kapudan paşa, Piyale Paşa, inizia il lungo assedio di Malta, avamposto cristiano nel Mediterraneo, governato dai Cavalieri dell’Ordine dell’Ospedale di San Giovanni di Gerusalemme, ma, dopo poco più di tre mesi, rientra disfatta ad Istanbul. La gestione politica di questa fase delicata dell’impero ottomano viene affidata al protettore di Marino. Sokollu, infatti, nominato, nel giugno di quello stesso anno, Gran Visir, cioè primo ministro di Solimano, con poteri immensi, invia Marino, il fidatissimo collaboratore, in missione segreta a Venezia, diventata il centro dello spionaggio e del contro spionaggio tra impero ottomano, Sacro Romano Impero, Spagna, Francia, monarchie cattoliche, principati protestanti, papato romano e piccole signorie italiane, per carpire le reazioni europee e, in particolare, quelle veneziane, al fallimento turco di Malta. Nella città lagunare, in un groviglio indecifrabile di spie, il giovane scopre, con sorpresa, che il capo dello spionaggio turco, a Venezia, al soldo di Sokollu, risulta essere Marcantonio Gritti, amico del padre e ospite della sua famiglia, a Sorrento, anni prima. Colui che ha raccomandato al padre il suo maestro d’armi. Il Gritti riconosce Marino e lo invita a collaborare. Raccolte le informazioni, utili al Gran Visir e al sultano, per le decisioni da assumere, mentre è pronto al ritorno ad Istanbul, viene ferito in un misterioso attentato notturno, ad opera, probabilmente, di spie spagnole. Una volta nella capitale ottomana, quasi moribondo, a causa dell’infezione seguita alle ferite da arma da taglio riportate, Mihrimah Sultan, figlia di Sulaymān, estimatrice di Amir, lo fa trasportare nel suo palazzo e curare dalla figlia adottiva, Yasmin. Il giovane e la principessa, entrambi bellissimi, nel corso della convalescenza, si innamorano perdutamente.

XI IL GRANDE AMORE TRA MARINO E YASMIN

Istanbul, Ungheria e Mediterraneo, 1566 – 1571. Dopo il fallimento dell’impresa di Malta, Solimano, sulla base delle preziose informazioni di Marino, decide, nonostante l’età e gli acciacchi fisici, di intraprendere una ennesima campagna militare terrestre, in Ungheria, affidando a Sokollu la complessa organizzazione, alla quale attende anche Marino. L’esercito imperiale, guidato da Solimano, con Sokollu e Marino al seguito, giunge a Belgrado, nel luglio del 1566. Il sultano, stanco e sofferente, per una gamba ormai in cancrena, concede udienza, per la prima volta, a Marino e, per i servigi resi a Venezia e come regalo per il futuro matrimonio con la nipote, gli fa dono di una pietra preziosa, segno di predilezione e di ascesa politica presso la corte imperiale. Ma il 5 settembre del 1566, di ritorno all’accampamento dall’assedio alla città fortificata di Szigetvar, il sultano viene colpito da un colpo apoplettico e muore. Sokollu ne fa imbalsamare, segretamente, il corpo, per nasconderne la morte all’esercito, ancora impegnato nelle operazioni di assedio. Ed invia Marino a Kütahya, per informare l’erede Selīm della scomparsa del padre e della urgente necessità di recarsi a Belgrado, per assumere il comando dell’esercito e proclamarsi sultano. Selīm è profondamente diverso dal padre. La sua debolezza e la sua assuefazione al vino, nonché una vita trascorsa, quasi interamente, nel serraglio e nell’harem, tra i piaceri sessuali e del cibo, lo rendono facile preda dei disegni di potere di consiglieri, senza scrupoli, tra cui il marrano portoghese Giuseppe Nasi, capo del partito antiveneziano, avverso a Sokollu, che comprende anche alti ammiragli della flotta imperiale, come Piyale Paşa e Lala Kara Mustafa Paşa. Questi, dopo l’insediamento del nuovo sultano, spingono per una rinnovata politica espansiva, ai danni della Serenissima, con l’invasione e la conquista dell’isola di Cipro, possedimento strategico di Venezia. In tal modo, con un prevedibile successo, intendono riscattare il fallimento di Malta e conquistare, per se stessi, prestigio, ricchezze e potere, a spese del Gran Visir. Sokollu, sostenitore di una politica di buoni rapporti con Venezia, si oppone, invano, ritenendo dannosa un’altra guerra contro la Serenissima, che verrebbe così spinta ad aderire ad una grande alleanza delle potenze cristiane contro la Sublime Porta. Il primo luglio del 1570, i turchi sbarcano a Cipro. Il 16 agosto, la capitale Nicosia cade. Circa un anno dopo, anche Famagosta subisce il medesimo destino, con atrocità perpetrate sui valorosi difensori, a partire dal comandante Marcantonio Bragadin, scuoiato vivo. Intanto, molti Stati cristiani d’Europa, sotto l’impulso di papa Pio V, danno vita ad una Lega Santa, per contrastare il dominio turco nel Mediterraneo e vendicare Cipro. L’intuizione, politica e diplomatica, di Sokollu viene confermata. Marino, il quale, all’inizio del 1571 ha sposato Yasmin, viene inviato, per volere diretto di Selīm, sulla galea ammiraglia del nuovo kapudan paşa, Müezzinzade Alì Paşa, in qualità di aiutante, nel prosieguo della campagna navale contro la flotta cristiana della Lega Santa. Qualche giorno prima dello scontro tra le due flotte, ai primi di ottobre del 1571, il giovane riceve una missiva da Istanbul, da parte della principessa Mirimah, con la tragica e dolorosa notizia della morte di Yasmin e del figlio, nei travagli del parto. Marino ne è sconvolto e decide di abbandonarsi alla morte, nell’imminente combattimento.

XII LA BATTAGLIA DI LEPANTO. LA CATTURA DI MARINO

Acque di Lepanto, 7 ottobre 1571. Sull’ammiraglia della flotta turca, la Sultana, il kapudan paşa Müezzinzade tiene il consiglio di guerra: Marino informa i comandanti turchi sulla inesperienza dell’ammiraglio in capo della flotta cristiana, don Giovanni d’Austria, fratellastro del re Filippo II di Spagna. Il corsaro Kara Hodja riferisce i risultati di un’incursione notturna nel Golfo di Patrasso, dove staziona la flotta cristiana, dalla quale ha ricavato l’impressione di una inferiorità numerica della flotta nemica. L’andamento del consiglio, anche a causa dei pareri dei kapudan, Uluç Ali e Mehmet Shoraq, sembra propendere per la tattica di trattenere la flotta nel porto di Lepanto, attirando le navi cristiane nelle acque antistanti, per, poi, farle bombardare dalle potenti artiglierie turche, posizionate sulla costa. Il risoluto intervento di Kostas spinge Müezzinzade a decretare l’uscita della flotta dal porto, per affrontare i cristiani, in mare aperto. La flotta della Lega Santa, intanto, si è riunita a Messina. Anche don Giovanni d’Austria deve affrontare i tentennamenti della maggior parte dei suoi comandanti, specialmente del genovese Giannettino Doria, i quali, ad eccezione del veneziano Sebastiano Venier, preoccupato che i possedimenti veneziani possano essere abbandonati alla mercé dei turchi, insistono per rinviare lo scontro alla primavera successiva, quando le condizioni del mare saranno meno avverse. Il Cavaliere di Malta Romegas, eroico difensore dell’isola durante l’assedio turco di sei anni prima, convince il comandante in capo a rompere gli indugi, per evitare di essere coperti dal disonore. Lo scontro risulta inevitabile. Le flotte sono l’una di fronte all’altra. Sui pennoni più alti delle due ammiraglie, la Real e la Sultana, sventolano due sacri vessilli: quello cristiano, azzurro, con effigiato Cristo Crocefisso e i Santi Pietro e Paolo; quello turco, bianco, con ricamati, in oro, migliaia di volte, i 99 nomi e attributi di Allah. Le galeazze veneziane aprono il loro micidiale fuoco, in tutte le direzioni, contro le galee turche, che si scontrano tra loro e penetrano le une nelle altre, costringendo il comando turco a subire il furioso attacco cristiano. La Real di don Giovanni abborda la Sultana di Müezzinzade. L’assalto cristiano sull’ammiraglia turca si conclude, quasi subito, con la morte del kapudan paşa, preludio della sconfitta ottomana. Un colpo di archibugio sta per raggiungere in pieno petto Marino, quando Kostas gli fa scudo con il corpo, stramazzando a terra. Il giovane dignitario turco viene fatto prigioniero, condotto sulla Real e messo ai ferri. La battaglia, dopo cinque ore furibonde, è conclusa. La flotta cristiana ha prevalso. La Cristianità ha vinto sull’Islam. Migliaia di turchi, uccisi o moribondi, galleggiano nelle acque del mare di Lepanto, tra rottami di vele, alberi maestri incendiati e spezzoni di corpi, in balia delle onde. Qualche giorno dopo, a bordo della Real, don Giovanni interroga il prezioso prigioniero turco, per deciderne la sorte. Le risposte orgogliose del giovane irritano l’ammiraglio cristiano, il quale decide di farlo condurre a Madrid e di sottoporlo al tribunale della Santa Inquisizione, come rinnegato cristiano.

XIII IL PROCESSO DAVANTI ALL’INQUISIZIONE. LA CONDANNA DI MARINO

Madrid, 1571 – 1572. Don Giovanni d’Austria e gli altri comandanti della flotta cristiana, al ritorno da Lepanto, vengono accolti, nelle rispettive città, come eroi della Cristianità e difensori delle fede. Il re Filippo sembra non gradire troppo il successo personale del fratellastro, che aspira ad una corona, promessagli dal Papa. Teme che la Lega Santa possa essere piegata, in futuro, agli interessi veneziani e preferirebbe il perseguimento di altri obiettivi, utili alla Spagna, come la riconquista di Tunisi e di Algeri. Ad Istanbul, il Gran Visir Sokollu, dopo che i progetti dei suoi nemici interni sono usciti mortificati da Lepanto, riprende la politica di pacificazione con Venezia, per sganciarla dalla Lega Santa. È preoccupato, tuttavia, per la sorte toccata al suo collaboratore, Amir al-Qamar. Per questo, chiede informazioni al nuovo kapudan paşa, Uluç Ali, al bailo veneziano ad Istanbul, Marcantonio Barbaro, e all’ambasciatore francese presso la Porta, François de Noailles. Viene così a conoscenza che il suo protetto risulta ancora vivo, ma prigioniero a Madrid e che, presto, potrebbe essere sottoposto al temibile giudizio dall’Inquisizione. Offre subito il pagamento di un riscatto, senza limiti, in oro, ma questo viene rifiutato. Marino è diventato un prigioniero politico, utile per futuri scambi diplomatici e trattative di pace. Confinato in una cella, in condizioni disumane, si vuole lasciare morire. Ma viene visitato da un personaggio misterioso, il quale dichiara essere Michel de Codignac, diplomatico francese, passato al servizio del re di Spagna, un tempo ambasciatore del re di Francia presso Solimano il Magnifico. Questi gli illustra un piano di fuga dal carcere, finanziato da Sokollu, per sottrarlo al processo, ma Marino rifiuta. Nell’animo del giovane, qualcosa comincia a mutare. La fede in Allah, che pure continua a rimanere salda, non gli impedisce di riflettere sul potere politico e sulla strumentalizzazione della religione, stimolato, in questo, dalla rilettura della Bibbia, del Vangelo e del Principe di Machiavelli, nonché dai colloqui con due nuovi compagni di cella, il morisco Abén e il marrano Baruch. Giunge il giorno del processo. Il grande inquisitore, Gaspar de Quiroga y Vela, dopo una serie di domande incalzanti e risposte, molto determinate, di Marino, lo condanna al carcere a vita, in attesa che manifesti la sincera volontà di riconciliazione con la fede cristiana, con la Santa Romana Chiesa e con il Papa. In realtà, il re Filippo di Spagna vuole tenerlo in vita per finalità, politiche e diplomatiche, visto il grande interesse, manifestato per lui, dal Gran Visir di Istanbul. Infatti, la pena dovrà essere scontata non nelle carceri dell’Inquisizione, ma in una segreta del palazzo reale, all’Escorial.

XIV LA RICONCILIAZIONE DI MARINO CON LA FEDE CRISTIANA. IL RITORNO A SORRENTO

Madrid. Sorrento. 1572 – 1600. Marino viene rinchiuso in una segreta dell’Escorial, insieme con un artista, lo scultore Felipe de Jimenez, allievo di Alonso González de Berruguete, anch’egli condannato, in quanto apostata, all’ergastolo, in attesa della possibile riconciliazione con la Chiesa. I due vengono assistiti, spiritualmente, dall’abate del monastero benedettino di San Juan de la Peña, Miguel de Huesca. La fede musulmana di Marino, anche a causa delle successive morti della principessa Mihrimah e del Gran Visir Sokollu, assassinato da un derviscio, vacilla. Ogni legame affettivo con Istanbul è ormai reciso. Il compagno di cella gli propone di praticare, con lui, l’arte della scultura lignea. Pian piano, il sorrentino, anche per riempire il deserto esistenziale, dopo avere rinnegato due fedi, comincia a cimentarsi con l’intaglio. Scomparso l’abate de Huesca, viene sostituito, nell’assistenza religiosa ai due ergastolani, da un giovanissimo gesuita, Martìn de la Cruz. Questi instaura un proficuo rapporto confidenziale con Marino, il quale si decide a narragli tutta la sua travagliata storia. Inizia, così, il lento processo di riconversione alla fede cristiana e di riconciliazione con la Chiesa di Roma. Anche Martìn, qualche anno dopo, è costretto a lasciare i due ergastolani, ma il percorso di Marino verso la riconversione è ormai avviato a conclusione, come la statua di Maria Addolorata che ha scolpito, su consiglio di Martìn. Il simulacro viene presentato a Filippo II, con la richiesta di libertà. Il re ne rimane impressionato e decide di farlo sistemare nella cappella reale dell’Escorial. Marino pronuncia, insieme con Felipe, la rinnovata professione di fede, chiedendo, una volta libero, di potersi ritirare, per tutta la vita, presso il monastero benedettino di San Juan de la Peña. Dopo un pellegrinaggio al santuario di Santiago de Compostela, impostogli dall’abate benedettino, prima dell’ammissione definitiva nel monastero, viene colpito da una malattia ai polmoni, che lo tormenterà per sempre. Marino prende i voti, secondo la Regola di San Benedetto da Norcia, assumendo il nome di frate Antonino, in omaggio a Sant’Antonino, patrono di Sorrento, della cui vita virtuosa ha appreso dalla lettura di uno scritto anonimo del X secolo. Man mano che la malattia lo riassale, specie d’inverno, matura il desiderio di ritornare a Sorrento, in totale anonimato, per poter pregare sulla tomba del santo, del quale ha scelto il nome. L’abate, in via eccezionale, in ragione delle motivazioni addotte e del tempo breve di vita, che resta a frate Antonino, lo autorizza, facendolo accompagnare, nel lungo viaggio, da un confratello, con destino finale il monastero benedettino di Sant’Agrippino di Sorrento. Con la nuova identità religiosa e la salute minata, Marino ritorna nella città di origine, accolto dai pochi e anziani confratelli rimasti. Sorrento, grazie anche all’opera indefessa dell’arcivescovo Giulio Pavesi e dei suoi successori alla guida dell’arcidiocesi, sta riemergendo, pian piano, dall’abisso della tragedia del 1558. Nella falegnameria del convento, dove lavorò anche Sant’Antonino, Marino, oltre che alla preghiera sulla tomba del santo patrono e alla cura dell’orto conventuale, si dedica, alacremente, ad una scultura lignea, che vorrebbe lasciare in dono al popolo di Sorrento. È venuto a conoscenza, indirettamente, dai confratelli, della morte dei genitori e della condizione attuale dei fratelli, ma decide di continuare il percosso di espiazione e di redenzione, senza svelarsi ad alcuno, preoccupato anche che la scoperta delle sue origini possa creare scandalo e sconcerto a Sorrento. Dopo la processione di Sant’Antonino del 14 febbraio del 1600, accade qualcosa di imprevisto: il vecchio maggiordomo di suo padre, Fernando, colpito da un male improvviso, lo fa chiamare al suo capezzale e, commosso, gli svela di conoscere la sua vera identità. Lo ha riconosciuto dal primo momento, in quanto informato della sua storia, delle sue peregrinazioni e del suo ritorno a Sorrento, dai parenti spagnoli, al servizio del re di Spagna, presso l’Escorial. Il colloquio, commuovente e drammatico, tra il vecchio servitore, moribondo, e il frate, ammalato, diventa il “testamento spirituale” di Marino: sul Dio Unico di tutte le genti; sulla strumentalizzazione delle religioni da parte della politica, per finalità di potere, di dominio e di ricchezza individuale, nonché sul dialogo, come unica strada da seguire per la convivenza tra le religioni monoteiste, l’ebraica, la cristiana e la musulmana. Agli inizi di un secolo, ancora lacerato, come il precedente, dalle guerre di religione tra i cristiani e dal grande conflitto tra Cristianesimo e Islam, le parole semplici di frate Antonino, al secolo Marino Correale, un tempo musulmano con il nome di Amir al-Qamar, diventano una profezia. Una profezia di salvezza, per il presente e per il futuro dell’umanità. Quattro mesi dopo, il 13 giugno del 1600, all’alba del quarantottesimo anniversario del saccheggio turco di Sorrento, l’abate del convento di Sant’Agrippino scopre frate Antonino, rivestito dei paramenti sacri, privo di vita, riverso sulla statua lignea di un Cristo Morto, nell’atto di baciare la ferita del costato del Salvatore. E’ il dono di frate Antonino al popolo sorrentino, simbolo della Morte che annunzia la Vita, sintesi del patrimonio, religioso e civile, di Sorrento.  

^ Torna Su