Presentazione dell'opera

Questo terzo romanzo, “Dance The Love - Una Stella a Vico Equense”, completa “La Trilogia Sorrentina”, dedicata alla terra natia, la Costiera Sorrentina, da Vico Equense, Meta, Piano di Sorrento, Sant’Agnello, Sorrento a Massa Lubrense, toccando Capri e Positano, dopo il successo di “Sorrento The Romance - Il conflitto, nel secolo XVI, tra Cristianesimo e Islam” e di “Caruso The Song - Lucio Dalla e Sorrento”. Ancora una volta, lo scrittore sorrentino utilizza gli occhi, il cuore, i pensieri, la parola e i sentimenti di un personaggio famoso, innamorato della costiera, per esaltare, indirettamente, il suo legame interiore, mai interrotto, con quel microcosmo straordinario, fatto non soltanto di bellezze naturali, uniche e irripetibili, ma di tanti “piccoli mondi”, in equilibrio tra loro, dal punto di vista antropologico, sociologico, culturale, mitologico, religioso e folcloristico. E della civiltà, sia contadina che cittadina, sia localistica che globale, quest’ultima attraverso la leva del turismo, nazionale e internazionale, con radici che affondano nei secoli. Il paesaggio naturale e quello umano si confondono, si compenetrano e si nutrono a vicenda, come in una felice osmosi, consentendo allo scrittore di scrivere pagine, emozionanti e commoventi, di autentica poesia, come nelle riflessioni della protagonista, con se stessa, dall’alto di Monte Comune. La protagonista, quindi, risulta certamente la grande danzatrice russa, Violetta Elvin, nata Prokhorova, vedova di Fernando Savarese, con gli intrecci e gli sviluppi, che hanno dell’incredibile, lungo quasi un secolo di storia, della sua vicenda, esistenziale e artistica. In controluce, si coglie il profilo, sempre discreto, ma esplicito, dell’Autore, affascinato e, quasi, sedotto dalla personalità magnetica di Violetta Elvin, da identificarsi, in alcuni passaggi fondamentali, addirittura, con quell’artista. Basta leggere, attentamente, la dedica a donna Violetta, per cogliere non solo l’ammirazione di Lauro per una “artista splendida” e una “donna coraggiosa”, ma i quattro livelli di lettura di questo romanzo: l’amore per la libertà, l’arte della danza, le incredibili bellezze naturali di Vico Equense e l’omaggio dell’Autore alla terra di origine dei nonni materni.

L’AMORE PER LA LIBERTÀ

Lo scenario storico, entro cui si svolge la vicenda umana di Violetta Elvin, come donna e come danzatrice, consente allo scrittore di affrontare, indirettamente, le grandi tragedie del Novecento, che seguirono alla prima guerra mondiale, con il radicarsi delle due dittature, nazista e stalinista, matrici del secondo conflitto mondiale e causa di milioni di morti. In particolare, la quotidianità della famiglia di origine di Violetta, condizionata dal regime stalinista (il rischio del battesimo cattolico della neonata, i ritmi del nucleo familiare nell’appartamento collettivo di via Arbat, la scoperta progressiva del volto sanguinario del regime, le purghe, le deportazioni di massa, il patto Molotov-Ribbentrop per la spartizione della Polonia, l’invasione dell’esercito nazista, l’evacuazione da Mosca, le frequentazioni occidentali della protagonista, i pedinamenti della polizia politica, gli ostacoli alla carriera e, infine, le difficoltà di espatrio) si intreccia con drammatici eventi della storia contemporanea e con le crudeltà di un regime, che condiziona ogni tipo di libertà, non soltanto quella di esprimere le proprie opinioni, ma la libertà artistica, la libertà di creare, persino di creare la musica o la danza. Secondo la dottrina di Ždanov, tutto deve essere piegato alle finalità della propaganda rivoluzionaria e al culto della personalità del dittatore. L’Autore riesce a coinvolgere il lettore in questo straordinario viaggio della protagonista verso la libertà: Mosca, Leningrado (San Pietroburgo), Helsinki, Oslo e, infine, Londra. L’amore per la libertà di Violetta Elvin viene condiviso ed esaltato dall’Autore, suscitando profonda ammirazione. Né appare stonato e fuori tempo, dopo più di cinquant’anni, il continuo riemergere della “sindrome del KGB”, di cui è affetta la protagonista, come permanente angoscia di riprecipitare nel buio di una dittatura.

L’ARTE DELLA DANZA

La rete di amicizie, con i grandi della danza mondiale, dapprima colleghi e, poi, dopo l’abbandono, nel 1956, del palcoscenico, amici della protagonista, offre allo scrittore l’opportunità di scavare nel profondo di questi rapporti, umani e professionali, facendo riferimenti di merito ai grandi compositori (Pëtr Il’ič Čajkovskij, Dmitrij Šostakovič, Igor’ Stravinskij), ai grandi coreografi (Marius Petipa, Léonide Massine, Frederick Ashton), ai grandi scenografi (Picasso), ai grandi interpreti femminili (Anna Pavlovna Pavlova, Margot Fonteyn, Moira Shearer) e maschili (Vaslav Nižinskij, Michael Somes, Rudolf Nureyev) e alla storia del balletto, nonché alla folla plaudente o rumorosa dei ballettomani, che può decretare, più dal loggione che dalla platea, il successo o l’insuccesso dei beniamini, nei teatri di tutto il mondo (Teatro Bol’šoj, Teatro Mariinskij, Royal Opera House, Teatro alla Scala, Teatro di San Carlo). Accanto a Violetta Elvin riprendono vita, come nella stupefacente scena conclusiva del “sogno” (il ritorno a danzare, a novantadue anni, “La bella addormentata”, al Bol’šoj), i miti mondiali della danza o della lirica, con il loro fascino, il loro talento, i loro drammi, le loro passioni, i loro amori e le loro illusioni. Un’autentica epopea dell’arte di Tersicore, intessuta non solo di applausi, di omaggi floreali e di successi, ma costruita, fin dalla prima giovinezza, con una vita fatta di sacrifici, di rinunzie, di esercizio e, non di rado, di amarezze, di rivalità e di gelosie. Tutto serve, nel romanzo di Lauro, a celebrare questa figura di rilievo della danza mondiale, come Violetta Elvin, ma anche a testimoniare la positività della sua scelta di vita. Dall’amore per la danza all’amore per la vita, all’amore per una persona e per una terra. Un segno, questo, di lucida saggezza, quasi profetica, in una donna al culmine del suo successo artistico, poco più che trentenne, in totale controtendenza nei confronti di chi, sul viale del tramonto, pateticamente, non riesce a privarsi delle luci della ribalta.

LE INCREDIBILI BELLEZZE NATURALI DI VICO EQUENSE

Questo romanzo rappresenta il trionfo descrittivo delle bellezze paesaggistiche di Vico Equense, una località, baciata dalla creazione divina, che coniuga tutto ciò che di meglio la natura possa offrire all’uomo: il fascino della montagna, coperta, sulla sommità, da un intrico di flora centenaria, profumata, nelle selve, da fiori sconosciuti e diffusa, dappertutto, come un mantello protettivo, da una macchia mediterranea, che si rinnova senza tregua; l’armonia digradante delle colline, il cui sorriso si disvela, anche all’occhio più distratto, nella luce abbagliante del sole o nel tenue chiarore della luna; il piano, che sembra, con i suoi palazzi signorili e le sue chiese, scivolare lentamente verso l’orlo estremo, indugiando, per un attimo, solo per un attimo, davanti allo spettacolare golfo di Napoli; la costa alta, scolpita, nei secoli, dall’impeto dei venti, dalle acque piovane, dai rivi defluenti e dai marosi, che si tuffa, come le fondamenta di una cattedrale gotica, nell’azzurra profondità delle acque marine, nascoste, talvolta, in grotte misteriose o svelate intorno a scogli solinghi. Se l’occhio di Violetta si lascia condurre dolcemente per mano, come in una danza, dal succedersi dei panorami mozzafiato, la cui cangiante prospettiva non consente di coglierne la profondità, l’occhio dello scrittore sembra voler inseguire l’anima mundi, immergendosi nella stessa genesi apocalittica di quei luoghi ed evocando magma ribollenti, eruttanti dalle viscere terrestri, fiumi di fuoco e lave incandescenti, raffreddati da milioni di anni e solidificati in scenari di incomparabile bellezza, difficili da imputare al caso! Dal paesaggio naturale a quello umano, il passo è breve. Ciò che ha affascinato Violetta e l’ha convinta a scegliere la terra vicana, come terza patria, consente all’Autore di risalire alle sue origini familiari, di parte materna, quasi a rivendicare, senza mai mostrare di farlo, una nobiltà non di sangue, né di censo, ma una nobiltà ancestrale e atavica dell’uomo, il quale, sopravvissuto cacciando gli animali e diventato stanziale, impara a coltivare la terra, traendo, dalla propria terra, i frutti per il sostentamento di se stesso e della sua famiglia.

L’OMAGGIO DELL’AUTORE ALLA TERRA DI ORIGINE DEI NONNI MATERNI

Don Raffaele Aiello, del quale l’Autore porta il nome, e donna Giuseppina De Simone, detta donna Peppinella, ebbero tredici figli, tra i quali Angela, la madre dell’Autore. Erano originari entrambi da due famiglie di Massaquano: gli Aiello erano contadini-proprietari, benestanti, con un zio prete, all’epoca, molto colto e influente; i De Simone, invece, più modesti, erano dei falegnami, piccoli artigiani del legno. Don Raffaele, alto, bellissimo, con gli occhi azzurri, colore del mare, pur non avendo concluso gli studi superiori, presso l’Istituto Tecnico Nautico “Nino Bixio” di Piano di Sorrento, vantava, per merito dell’influenza dello zio sacerdote-intellettuale, una discreta cultura letteraria e, in particolare, musicale, con una spiccata passione per il melodramma e la lirica (conosceva tutte le arie d’opera di Giuseppe Verdi e di Giacomo Puccini). Donna Peppinella, semianalfabeta, bassa di statura, antitesi estetica del marito, rivelava, tuttavia, appena la si conosceva, una forte personalità femminile, inconsueta per quei tempi, con un carattere determinato e ironico, che ne fece, di fatto, il capo matriarcale dell’azienda contadina di famiglia. Lauro ha dedicato loro pagine entusiaste nella saga della sua famiglia, trattata nei due volumi di “Quel film mai girato” (vedi biografia narrativa in Autore). Dopo il matrimonio, i due si trasferirono, con il seguito dei figli, che nascevano, in un terreno da coltivare, a monte di Marina d’Aequa, successivamente in un aranceto di Sorrento e, infine, nel fondo di loro proprietà, a Migliaro, sopra la Chiesa di Sant’Agnello. L’omaggio alla terra di origine dei nonni materni conferma, anche in quest’opera, quanto Lauro sia rimasto legato alle sue radici familiari, territoriali e culturali.

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