Struttura dell'opera

Vico Equense: il paradiso di Violetta

E’ il compleanno di donna Violetta e la signora si sta preparando per uscire. Deve raggiungere i parenti all’Antica Osteria “Nonna Rosa” di Vico Equense, per festeggiare la ricorrenza. E’ stata una giornata animata, piena di telefonate di auguri e di bouquet di rose bianche, da lei tanto amate. Un tiepido sole, nonostante sia inizio novembre, ha riscaldato, quel giorno, Vico Equense, la meravigliosa “porta di ingresso” alla costiera sorrentina: dal Monte Faito, attraverso le frazioni e i borghi collinari, fino alle spiagge di Marina d’Aequa, in un incanto paesaggistico senza eguali. Un ultimo sguardo al golfo di Napoli, dalla terrazza, sull’ultimo piano di Palazzo Savarese, del suo appartamento, affacciata sul mare, luccicante di riverberi lunari, il quotidiano, tenero saluto alla fotografia del marito Fernando e la donna, scende lentamente le scale e, varcato il portone di Palazzo Savarese, esce di casa. Il centro cittadino di Vico Equense è affollato di persone. Donna Violetta cammina spedita, fino a raggiungere piazza Umberto I, dove, incontrato un personaggio vicano, Salvatore Ferraro, precipita nei ricordi del suo primo arrivo a Vico Equense, nel 1951, insieme con il primo marito, Harold Elvin, e una coppia di amici inglesi. Era stato un amore a prima vista, quello sbocciato con la cittadina che sarebbe diventata la sua dimora per i successivi sessant’anni! Ancora a piedi, donna Violetta raggiunge il ristorante dove, ad attenderla, trova il figlio Antonio, con la moglie Laura e la figlia Diletta, e parenti e amici. La festa per il suo novantesimo compleanno può, così, avere inizio.

1) Mosca: The Bol’šoj Ballet (1923-1945)

Vasilij Vasil’evič Prokhorov, padre di Violetta, si sta recando, infagottato per difendersi dal freddo pungente dell’inverno russo, a rendere omaggio alla salma di Lenin, esposta presso la Casa dei Sindacati, in via Nikitskaya, al centro di Mosca. La morte del leader della rivoluzione ha lasciato sgomenta l’intera Russia, e, allo stesso tempo, ha aperto inquietanti interrogativi sulla reale natura del suo successore: Stalin. Questi medesimi pensieri affollano la mente di Vasilij Vasil’evič, il quale, tributato l’ossequio alle spoglie del capo rivoluzionario, sul percorso per tornare a casa, decide di passare dinanzi al Teatro Bol’šoj. Vasilij Vasil’evič, personalità molto conosciuta e stimata, è un famoso pilota russo di aerei e inventore, dotato di straordinario eclettismo, psicologico e culturale, che va dalle invenzioni tecniche all’arte pittorica e alla musica. Si era appassionato, come tutti i russi, anche alla danza, ammirando, a San Pietroburgo, al Teatro Mariinskij, la grande Anna Pavlovna Pavlova, nell’interpretazione de “La morte del cigno” di Michel Fokine. Per questo, davanti al Bol’šoj, comincia a fantasticare sul futuro della figlia, nata da pochissime settimane, certo che l’avvenire l’avrebbe vista diventare una stella della danza, ammirata e applaudita in tutti i principali teatri del mondo. Vasilij Vasil’evič ama molto la piccola, la sua Violetta e, sin dai primissimi anni di vita, le trasmette la passione per l’arte, per la letteratura, per la danza, nonché per una vita intrepida, coraggiosa e avventurosa. Anche la madre, Irene Teofilovna Gramolińska adora la figlia. Di origini polacche, era giunta a Mosca con sua madre, il fratello e il patrigno. Di venticinque anni più giovane di Vasilij Vasil’evič, lo aveva sposato per amore, in un matrimonio, nei primi anni, felice. Da cattolica, aveva fortemente voluto il battesimo per la figlia. Vasilij Vasil’evič era riuscito a portare a casa, in gran segreto, proprio un prete cattolico, per impartire il sacramento a Violetta. Una follia che ancora impaurisce molto i coniugi Prokhorov perché, se fossero stati scoperti, sarebbero stati fucilati o spediti in Siberia. L’infanzia di Violetta trascorre serena, nelle due stanze, assegnate al padre dal partito, in un palazzo di via Arbat, a Mosca, dove i Prokhorov vivono, in un appartamento collettivo, insieme con altre famiglie. Diversi episodi, legati a questo primo periodo della vita, sarebbero rimasti impressi nella mente di Violetta per tutta l’esistenza: a sette anni, i genitori la portano al Bol’šoj a vedere “La bella addormentata”. La bambina, preparata anche dai racconti paterni, rimane molto coinvolta dallo spettacolo, tanto che, per i tre giorni successivi, non gioca con nessuno, tutta presa dal risveglio, con il bacio del principe, dopo cento anni, della bella addormentata. Questo balletto si sarebbe rivelato un riferimento fondamentale nella futura carriera di Violetta. A otto anni, la prima e unica punizione inflittagli dal padre, causata dalla sua ferma opposizione ad invitare alla sua festa di compleanno un bambino, figlio di uno strano personaggio, che abita in una stanza vicino alle sue, probabilmente una spia al servizio della polizia politica sovietica. Violetta è costretta a rimanere, per un intero giorno, inginocchiata, nella stanza del padre, sotto il busto del compositore russo Sergej Vasil’evič Rachmaninov. In quegli stessi anni, Violetta comincia anche ad intuire come il regime comunista, al di là delle manifestazioni di propaganda, stesse mostrando il suo vero volto, fatto di oppressione, di angoscia e di paura. Una sua amichetta, Zina Bariševa, un giorno, terrorizzata, le confessa di dover partire, perché i suoi genitori sono stati arrestati e lei li deve seguire, 500 km lontano da Mosca. Ne rimane sconvolta, ma non chiede spiegazione ai genitori. Ricorda bene che i bimbi russi non devono mai fare troppe domande, parlare ad alta voce e stare sempre attenti affinché nessuno li ascolti. Violetta entra alla Scuola di Ballo del Bol’šoj, una scuola molto selettiva e dura. Ha, come maestre di danza, Elizaveta Pavlovna Gerdt e Maria Alice Kosukova. Compie brillantemente il percorso di studi, che comprende anche materie extra danza e si diploma, con una tesi, in Storia del Teatro, sulla danzatrice austriaca Fanny Ellsler, ai principi dell’autunno del 1941. La Germania nazista invade la Russia e gli eserciti di Hitler arrivano alle porte di Mosca. Violetta e la famiglia sono evacuate a Tashkent, in Uzbekistan. Lì, Violetta rimane per circa un anno, fino a quando, un telegramma l’avverte che il Teatro Bol’šoj è stato trasferito a Kuibuşev. Nel viaggio aereo tra la capitale uzbeka e Kuibuşev, Violetta si sente male e vomita la frutta, mangiata prima di partire, che colpisce in volto un uomo distinto, il quale, poi, si rivela essere lo scrittore Michail Aleksandrovič Šolochov. Terminata la fase bellica più cruenta, con i tedeschi ricacciati fuori dai confini russi, Violetta e il corpo di ballo del Bol’šoj rientrano a Mosca. La giovane ballerina comincia a frequentare un architetto inglese, Harold Elvin, controllore dei dispacci notturni presso l’ambasciata britannica a Mosca. La polizia segreta sovietica informa della cosa il direttore del Bol’šoj, Leonid Lavrovsky, il quale le parla e si fa promettere che la donna non incontrerà più l’inglese, per evitare di essere accusata di tradimento della rivoluzione e una stroncatura politica della carriera, iniziata brillantemente. Violetta, in realtà, fa l’opposto, continua ad incontrare Harold e, addirittura, finita la guerra, lo sposa. Viene trasferita, per punizione, dal Bol’šoj al Teatro Stanislavskij, sempre a Mosca, in attesa di ottenere il permesso per espatriare, insieme col marito, e recarsi in Inghilterra. Il permesso, alla fine, dopo ostacoli e trattative diplomatiche con il premier inglese Clement Attlee, è concesso a Violetta e ad altre sei russe che avevano sposato diplomatici stranieri, direttamente da Stalin. Violetta e Harold, così, lasciano Mosca. Di passaggio a Leningrado, incontrano il compositore Dmitrij Dmitrievič Šostakovič, il quale, gioca (e perde) una partita a scacchi con Violetta, la quale rimane molto colpita dalla storia e dalla contraddittoria personalità del grande musicista. Da Leningrado, la coppia raggiunge la Finlandia e la capitale Helsinki, dove si ferma ospite dell’architetto Alvar Aalto, amico di Harold. Violetta intrattiene col Maestro di design una interessante discussione sull’armonia nell’arte, nell’architettura e nella danza. Lasciata la Finlandia, dopo essere passati attraverso la Norvegia, Harold e Violetta giungono finalmente alla Victoria Station di Londra.

2) Londra: The Royal Ballet (1946-1956)

La Gran Bretagna e la sua capitale, uscite dalla seconda guerra mondiale, si stanno rianimando e riavviando alla ricostruzione. Harold e Violetta si sistemano, provvisoriamente, a casa dei genitori di lui e lei riprende gli allenamenti in alcuni studi nel quartiere di Covent Garden. In una di queste occasioni, viene notata da Ninette de Valois, la mitica direttrice della compagnia del Sadler’s Wells, poi Royal Ballet, nella quale, nel secondo dopoguerra, lavoravano e avrebbero lavorato Margot Fonteyn, Robert Helpmann, Moira Shearer, Beryl Grey, Michael Somes, David Blair, John Field, George Balanchine, Kenneth MacMillan e, dal 1962, il giovane Rudolf Nureyev. La de Valois ingaggia Violetta nella compagnia, chiedendole, però, di cambiare il cognome: da Violetta Prokhorova a Violetta Elvin, più inglese (in tempi di guerra fredda!) e più facile da pronunziare. Violetta diviene una delle protette della de Valois, senza, però, mai scavalcare Margot Fonteyn, l’étoile della compagnia. Il rapporto tra le due danzatrici, al di là di qualche pettegolezzo, alimentato ad arte dalla stampa londinese, è sempre cordiale, corretto e, spesso, complice. La carriera di Violetta al Royal Ballet procede spedita, tra prime alla Royal Opera House di Covent Garden e le esaltanti tournèe all’estero. Anche per questo, quindi, decide, con Harold, di lasciare la casa dei genitori di lui e andare a vivere prima a Bloomsbury e, poi, nei pressi di Piccadilly Circus. Un’improvvisa indisposizione di Margot Fonteyn diviene il motivo, per cui Violetta incontra e lavora con il grande coreografo russo Léonide Massine, per sostituire proprio la Fonteyn nella prima de “Il cappello a tre punte”. Quando è stanca per le prove, Massine la conforta in lingua russa, ricordandole i comuni studi, anche se in tempi diversi, alla prestigiosa Scuola di Ballo del Bol’šoj. Nel corso di una tournèe in Italia, al Teatro alla Scala di Milano, Violetta conosce Maria Callas. La soprano, impegnata nella rappresentazione del “Macbeth” di Giuseppe Verdi, ha il camerino accanto a quello di Violetta. Diventano buone amiche e discutono spesso, soprattutto presso il ristorante Biffi Scala, dove si recano a pranzo di frequente. Violetta si affeziona molto alla Callas, alle sue fragilità, alle sue paure e ai suoi drammi. Nel 1951, il matrimonio tra Violetta e Harold comincia ad andare in crisi. Per questo, entrambi decidono di concedersi una vacanza e, in aprile, giungono, consigliati da un’agenzia di viaggi londinese, a Vico Equense, accompagnati da una coppia di amici inglesi. A Vico, alloggiano all’Hôtel Aequa. L’incanto naturalistico della cittadina costiera fa innamorare Violetta. Il soggiorno vicano è speso dai quattro in escursioni sul Monte Faito e sul Monte Comune. Proprio qui, Violetta, isolatasi per qualche ora, dal resto della compagnia, contemplando, dall’alto la costiera sorrentino-amalfitana, fino all’Isola di Capri, decide che è giunto il momento di riappropriarsi della sua vita. Qualche giorno prima, aveva intravisto, senza porvi troppa attenzione, un giovane, il quale, con lo sguardo, seguiva lei e il marito, mentre si recavano sulla spiaggia di Marina d’Aequa. Quello stesso giovane, poi, aveva conosciuto, in un bar cittadino, i loro due amici e si era offerto di accompagnare, gratuitamente, i quattro a visitare le frazioni collinari di Vico Equense. Fernando Savarese, questo il suo nome, si era rivelato, immediatamente, un giovane colto, raffinato, amante dell’arte e della letteratura, inglese e russa, e prossimo a terminare gli studi in Giurisprudenza. Profittando del fatto che l’altra coppia di inglesi si era recata in escursione a Positano, Fernando invita a pranzo, a casa dei suoi genitori, Harold e Violetta, i quali accettano entusiasticamente. A tavola, alla presenza di tutta la famiglia, i due ospiti degustano prelibatezze, quali l’insalata di polipo e la pasta al forno. La madre di Fernando intuisce che il figlio non è insensibile al fascino della bella signora straniera, anche perché, l’indomani, al momento della partenza, Fernando chiede a Violetta, in regalo, un maglione di Pucci, che le aveva visto indossare. Qualche tempo dopo, Harold e Violetta si separano. Lei va a vivere da sola in una casa a Park Lane, tornando, così, ad essere “padrona” della sua vita. La morte di re Giorgio VI del Regno Unito aveva aperto la successione alla figlia, Elisabetta II. In occasione dell’incoronazione della sovrana, Ninette de Valois decide di onorare la regina con la rappresentazione di un balletto, creato dal coreografo del Royal Ballet, Frederick Ashton, l’“Homage to The Queen”. Il 2 giugno 1953, Violetta Elvin, insieme con Margot Fonteyn e altre stelle della compagnia, interpreta quel balletto alla Royal Opera House di Covent Garden. Una serata davvero emozionante. Tra le tante rose bianche, che riceve in camerino, ci sono quelle, accompagnate da un biglietto, firmato semplicemente, “Fernando”. Il giovane avvocato di Vico Equense si reca spesso a Londra, in occasione delle prime, in cui danza Violetta. Il loro rapporto di frequentazione si intensifica, stimolato anche dagli interessi in comune per l’arte e per la letteratura. Agli inizi della primavera del 1956, Violetta chiede udienza alla direttrice del Royal Ballet per annunciarle la ferma volontà di lasciare, per sempre, la danza e di concludere la carriera artistica. La de Valois, sebbene stupita e contrariata, comprende la sua decisione e le affida un ultimo ruolo in un ultimo balletto, da interpretare: la principessa Aurora ne “La bella addormentata”. Il 23 giugno del 1956, Violetta Elvin danza, per l’ultima volta, sul palcoscenico della Royal Opera House, a Covent Garden, un balletto che aveva contrassegnato la sua intera carriera artistica. Dopo il party d’addio, tenuto la sera stessa nel foyer del celebre teatro londinese, Violetta torna a casa. Ad attenderla, Fernando.
 

3) Vico Equense (1956 - 2015)

Negli anni immediatamente successivi l’abbandono della danza da parte di Violetta, Fernando fa la spola tra Vico Equense e Londra, a causa dei suoi impegni lavorativi nelle attività di famiglia, e dell’incertezza, manifestata da entrambi, se stabilirsi definitivamente nella capitale britannica o nella cittadina della costiera sorrentina. Fernando e Violetta si sposano, con rito civile, il 2 gennaio 1959, in un ufficio comunale, in Kensington High Street, a Londra. Dopo un’esaltante visita, nei pressi di Firenze, alla Villa I Tatti, di proprietà dello storico dell’arte statunitense, Bernard Berenson, donata, poi, dallo studioso all’Università di Harvard, decidono, infine, di trasferirsi in Italia. Prendono una prima casa a Napoli, a Posillipo, nel complesso di Villa Pavoncelli, in un appartamento a mare. Proprio lì, si verifica un accadimento singolare: Fernando e Violetta decidono, una notte, timorosi delle spie sovietiche, di bruciare, sulla spiaggia, tutte le lettere d’amore che si erano scambiati negli anni precedenti, contenenti anche riferimenti al regime stalinista. Qualcuno, sapendo che lei fosse russa e credendo che i due stessero bruciando documenti, segreti e compromettenti, avvisa le autorità di polizia (sempre clima da guerra fredda!). Fernando, fortunatamente, grazie alle sue amicizie in questura, chiarisce l’equivoco. Per meglio permettere a Fernando di seguire le attività di famiglia e il resort “Le Axidie”, costruito, dalla famiglia, proprio in quegli anni, la coppia si trasferisce a Vico Equense, a Palazzo Savarese. Nel gennaio del 1960, nasce Antonio, chiamato affettuosamente Toti, e due anni dopo, riescono a coronare il loro sogno: sposarsi in chiesa, con rito cattolico. Il matrimonio di Fernando e Violetta viene celebrato, una domenica mattina, all’alba, presso la Chiesa di Santa Maria della Neve, a Massa Lubrense. I decenni successivi sono i più felici della loro esistenza: Fernando gestisce il resort di famiglia e Violetta, da vera stella, una stella a Vico Equense, compagna fedele di vita, amata e adorata dal marito, si mostra quale perfetta e raffinata padrona di casa, nell’accogliere le personalità internazionali, molte delle quali amiche della coppia, fin dai tempi londinesi di Violetta, ospiti a “Le Axidie”: l’architetto-urbanista inglese, William Holford, l’imprenditore alberghiero italo-britannico, Charles Forte, e il coreografo ufficiale del Royal Ballet, Frederick Ashton. Toti, nel frattempo, è mandato dai genitori a studiare in Inghilterra, dove frequenta la preparatory school, il college e la prestigiosa London School of Economics, prima di rientrare a Vico Equense e dedicarsi, insieme con il padre, alla gestione del resort di famiglia. Quando Violetta aveva deciso di abbandonare la danza e di andare a vivere in Italia, comunicatolo per posta alla madre Irene, aveva suscitato la reazione quasi spaventata della donna, la quale, non rintracciando la cittadina sulla mappa sovietica, telegrafa, da Mosca, alla figlia, dove mai avesse deciso di andare a vivere. Anche per questo motivo, Violetta invita due volte la madre in Italia. Irene giunge a Roma e, insieme con la figlia, il genero e il nipotino, va ad alloggiare al Grand Hôtel Excelsior, in via Veneto. In un momento di intimità, la madre mostra a Violetta una lettera, che la figlia le aveva scritto circa dieci anni prima quando, in tournèe con il Royal Ballet a Firenze, le aveva decantato le bellezze artistiche della città. Quella lettera, intercettata dal KGB, era stata censurata in tutte le parti, in cui Violetta descriveva entusiasticamente il patrimonio artistico italiano. Violetta, commossa, la rilegge alla madre, ben ricordando quanto aveva scritto. Nella seconda visita, la madre aveva cercato di portare a Violetta, da Mosca, per ricordo, alcuni quadri appartenuti a suo padre. Alla frontiera tra la Russia e la Polonia, quelle opere, nonostante Irene avesse ottenuto tutti i permessi necessari per trasportarle in Italia, erano state confiscate. Irene si era addolorata così tanto che, giunta a Varsavia presso alcuni parenti, aveva avuto il suo primo attacco cardiaco. Violetta, molti anni dopo, nel 2013, avrebbe avuto un risarcimento di ricordi paterni, per questa perdita: Vittoria, la nipote di un uomo la cui sorella aveva sposato, in terze nozze, il padre di Violetta, le porta, a Vico Equense, alcuni diari di Vasilij Vasil’evič, compilati durante il periodo rivoluzionario, in Russia, fitti di osservazioni, di natura filosofica o letteraria, su Socrate, Anton Pavlovič Čechov, André Gide ed Edgar Allan Poe. Irene aveva avuto, durante i suoi soggiorni in Italia, a Vico Equense, tramite i buoni uffici di Fernando e la compagnia della figlia, la possibilità di approfondire i legami di alcuni grandi russi con la terra sorrentina e l’Isola di Capri. In particolare, del pittore Sil’vestr Ščedrin e dello scrittore Maksim Gor’kij. Le frequentazioni di alto livello di Violetta, nei decenni successivi, continuano anche a Vico Equense. E’ il caso della visita che, insieme con Charles Forte e la moglie Irene, tributa, un giorno d’estate, a Léonide Massine, a Li Galli. Il famoso coreografo aveva acquistato l’arcipelago nel 1924, dopo essersene innamorato, qualche anno prima, in occasione di un soggiorno a Positano, insieme con Sergej Djagilev, Pablo Picasso, Igor’ Stravinskije la compagnia dei Balletti Russi, intendendo renderlo un centro internazionale della danza. Quel pomeriggio su Li Galli, diventa l’occasione, per Léonide e Violetta, per ricordare gli anni trascorsi al Royal Ballet, e per parlare di Rudolf Nureyev, il quale, appena arrivato a Londra, stava creando qualche problema a Ninette de Valois e alla sua compagnia. Il filo rosso, che avrebbe permesso a Violetta di non interrompere mai il suo legame spirituale col mondo della danza, è rappresentato dall’amicizia fraterna, disinteressata, confidenziale e intellettualmente complice, con il coreografo croato Zarko Prebil, conosciuto, verso la fine degli anni Sessanta, grazie ad un’amica dei tempi della Scuola di Ballo del Bol’šoj, Inna Žukovskaja. Tra i tanti episodi che avevano costellato la storia dell’amicizia tra Violetta e Zarko, uno assume un significato particolare: l’incontro, dopo circa cinquant’anni, con un ammiratore di Violetta dei tempi del Royal Ballet, Alex Bisset. Grazie ai servigi di Zarko, il quale, su richiesta di Violetta lo aveva incontrato a Londra, dopo che questi l’aveva contattata a Vico Equense, Alex viene invitato da Violetta, a Vico Equense. Mentre pranzano, Alex intravede, su una mensola, due coppe da vino d’argento. Si avvicina e scopre che quelle sono le coppe che lui e i ragazzi del loggione della Royal Opera House avevano regalato a Violetta la sera del suo party d’addio, a Covent Garden. Violetta e Zarko, quando non si incontrano di persona, trascorrono ore intere al telefono. Una telefonata, in particolare, assume un significato fondamentale nella vita di Violetta: quella intrattenuta il giorno del suo novantesimo compleanno. E’ l’occasione per tracciare il bilancio di un’intera esistenza, dei valori che l’hanno animata, delle scelte che l’hanno contraddistinta. Una telefonata, in cui Violetta espone all’amico la sua filosofia di vita, fortemente pervasa da una religiosità, intima e sincera, da sentimenti schietti, dalla passione per l’arte, dalla gratitudine per una nazione, l’Inghilterra, che le ha donato una strepitosa carriera di danzatrice, dall’amore per un uomo, come Fernando, totalizzante, ardente e appassionato, che continua anche dopo la morte del marito.
 

4) Il ritorno al Bol’šoj: il sogno (2015)

Donna Violetta, dopo la cena di festeggiamento del suo novantaduesimo compleanno, all’Antica Osteria “Nonna Rosa”, rientra a casa, accompagnata, in auto, dal figlio Toti. Prima di salire al suo appartamento, indugia, sulla terrazza-giardino, al piano terra del palazzo di famiglia, ad ammirare il panorama notturno che le si apre davanti: il golfo di Napoli, le cui acque sfavillano delle vivide luci della città. Poi, si avvia, per le scale, fino alla sua abitazione, al terzo piano. Entra e si dirige verso la sua camera da letto. Violetta si addormenta. Nella notte, riceve una telefonata: è Makhar Vaziev, il direttore della Scuola di Ballo del Teatro Bol’šoj, il quale le chiede di recarsi immediatamente a Mosca per sostituire la prima ballerina e interpretare il ruolo della principessa Aurora ne “La bella addormentata”. Violetta accetta, nonostante l’età, ponendo quale unica condizione, di essere accompagnata a Mosca dall’amico Zarko Prebil. Giunge al Teatro Bol’šoj e, dopo un giorno di prove, è pronta, di sera, ad entrare in scena, insieme con il suo partner, che interpreta il ruolo del principe Désiré, Artem Ovcharenko. Quando il principe la bacia, Violetta si risveglia, come in un miracolo, non più novantaduenne, ma ritornata, fisicamente, agli anni del suo debutto al Bol’šoj. Il pas de deux finale, tra i due innamorati, viene salutato trionfalmente. Terminata l’esibizione, Violetta, mentre raccoglie i fiori, che le cadono ai piedi, getta, per la prima volta, lo sguardo alla platea e ai palchi, fino a quello reale, mentre risuonano, ancora fragorosi, gli applausi del pubblico, in piedi. Gli orchestrali, invitati dal direttore d’orchestra Alexander Shanin, dal golfo mistico, brandiscono, agitandoli in alto, i loro strumenti, per onorarla. Allora, solo allora, mentre Violetta, tra cascate di fiori, si porta sul bordo del proscenio, riconosce i volti delle persone più care della sua carriera artistica e della sua vita, il suo personale pantheon. In platea, vede Tanečka, l’amichetta dell’infanzia, con cui giocava per i corridoi della casa di via Arbat; Zina Bariševa e Inna Žukovskaja, le compagne della scuola di ballo; Elizaveta Pavlovna Gerdt e Maria Alice Kosukova, le sue maestre di danza. Sui palchi, scorge, a destra e a sinistra, Ninette de Valois, Margot Fonteyn, Maria Callas, Frederick Ashton, Michael Somes, John Field, David Blair, Giulio Perugini, Ugo Dell’Ara, e, nel palco reale, distingue Lèonide Massine e Rudolf Nureyev. In prima fila, infine, abbassato lo sguardo, scopre, sorridenti, gli amati volti di Zarko, di Alex, della madre Irene, del padre Vasilij Vasil’evič, del marito Fernando e del figlio Toti. Mentre, arretrando, si sta ritirando dietro il sipario, riesce a percepire, dal movimento delle labbra di Fernando, un complimento di sempre: “Violetta, sei stata perfetta! Sei bellissima!”. In quel sogno, si realizza, così, l’antico desiderio di Violetta, nutrito per mezzo secolo: danzare per un’ultima volta sul palcoscenico del Teatro Bol’šoj!
 

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