L’ITALIA SUL BARATRO/ASPETTANDO GODOT E “LA CHAMBRE INTROUABLE”

14-02-2018

Pubblicato da Politica in Penisola mercoledì 14 febbraio 2018 

Se nessuna maggioranza, autonoma, stabile e politicamente definita, sarà possibile, si dovrà tornare subito alle urne, con una nuova legge elettorale. Un “pasticcio” tra forze politiche, elettoralmente avverse, porterebbe la classe politica ad un discredito totale.

Samuel Beckett

I governi dei paesi membri dell’Unione Europea, le cancellerie delle grandi potenze, in particolare degli USA, della Russia e della Cina, i responsabili dei fondi esteri, che hanno la proprietà di un terzo del debito pubblico italiano, gli speculatori di Borsa, la stampa estera e quella nazionale, i gruppi multinazionali in agguato per accaparrarsi gli ultimi asset strategici del nostro paese, dopo il saccheggio “colonialista” che ne hanno fatto nell’ultimo ventennio, i vertici delle nostre (si far per dire!) maggiori banche e l’opinione pubblica nazionale (ormai niente altro che un eufemismo!), somigliano sempre più ai protagonisti della più celebre opera teatrale del drammaturgo e scrittore irlandese Samuel Beckett, nonché uno dei testi più noti del teatro dell’assurdo nell’Ottocento: Aspettando Godot!

Estragone e Vladimiro, due vagabondi, aspettano, in una strada di campagna, sotto un albero, un certo Godot, anche se l’appuntamento appare alquanto vago, per il luogo e per l’orario. I due protagonisti non sanno neanche esattamente chi sia questo benedetto Godot, ma sperano che, quando arriverà, li porterà a casa sua, gli darà qualcosa di caldo da mangiare e li farà dormire all’asciutto. Nonostante l’appuntamento venga rinviato alla sera, Godot non arriverà mai. La tragicommedia, quindi, è costruita da Beckett sulla condizione dell’attesa. Il che non vuol dire che chiunque possa vedere in Godot quello che più si aspetta, piuttosto che l’attesa di Estragone e di Vladimiro rappresenti la sintesi di tutte le attese possibili.

Soltanto la condizione dell’attesa del risultato elettorale del 4 marzo (il nostro Godot!) è analoga all’assurdo astrattamente creato da Beckett, ma i nostri vari Vladimiro e Estragone, altro che vagabondi, nutrono aspettative diverse e contrapposte, pur sapendo che la loro attesa non risulterà vana, in quanto il nostro Godot arriverà, eccome arriverà, il prossimo 5 di marzo, presentando il conto a tutti: al nostro paese, alle istituzioni democratiche e ai partiti (e movimenti) che si stanno dilaniando, senza esclusione di colpi bassi, dentro e fuori le rispettive coalizioni, dimenticando di spiegare al corpo elettorale quali siano le rispettive proposte per l’uscita dalla crisi e, principalmente, come realizzarle.

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Un conto molto salato: l’instabilità politica e di governo, con la mancanza di una maggioranza parlamentare, in entrambe le Camere, autonoma, stabile e politicamente definita, in grado di sostenere un governo altrettanto solido e coeso, evitando il ricorso ad un “pasticcio”, tra forze politiche, elettoralmente avverse, che porterebbe la classe dirigente ad un discredito totale, senza poter evitare, a breve, un nuovo ricorso alle urne, con una legge elettorale, causa ed effetto dell’instabilità, con il suo 64% di proporzionale e il 36% di maggioritario.

Un governo, istituzionale e provvisorio, di scopo, con in programma, in soli due mesi, l’approvazione di una nuova legge elettorale, varata anche per decreto, che fosse garanzia di stabilità, premessa per un nuovo appello al popolo sovrano, potrebbe, nonostante tutte le difficoltà, offrire una soluzione, perlomeno limpida e democratica.

L’alternativa, alla quale molti paladini degli interessi di gruppi finanziario-mediatici e delle aristocrazie burocratiche stanno lavorando alacremente, nel buio degli ambulacri del potere, sarebbe quella di far seguire, al terremoto elettorale, un secondo terremoto, di tipo parlamentare: la scomposizione immediata dei gruppi usciti dalle urne; lo svelamento degli equivoci delle finte coalizioni e una ricomposizione, in nome, per conto e negli interessi esclusivi dei loro mandanti. Quanti deputati e senatori saranno in grado di resistere all’appello “patriottico”, pur di salvaguardare il seggio parlamentare faticosamente conquistato, l’ultimo rifugio?

Questa operazione truffaldina e reazionaria verrebbe presentata, naturalmente, sul piano mediatico e con il concorso di quanti (numerosi) temono cambiamenti radicali, come l’unica idonea a tutelare l’interesse generale del paese, la stabilità finanziaria, l’appartenenza all’Unione Europea e gli equilibri democratici. Una manipolazione collettiva delle coscienze!

Al di là degli ultimi fuochi di artificio, prima del silenzio (apparente), di sondaggi e di sondaggisti , orientati dalle prospettive di successo delle rispettive committenze, tranne qualche raro caso, realmente indipendente, appare chiaro, a chi riesce ancora ad interpretate il dolente stato d’animo del paese, che:

 nessuna coalizione o singola forza politica raggiungerà il 40% nella parte proporzionale e il 70% in quella maggioritaria;

 l’astensionismo toccherà livelli mai registrati nelle precedenti elezioni;

 molte espressioni minoritarie non raggiungeranno il 3% a livello nazionale;

 le coalizioni elettorali si sfalderanno dopo i risultati;

 la maggior parte dei cosiddetti leader politici, vecchi e nuovi, di conseguenza, sarà ghigliottinata (in senso politico, beninteso!).

Luigi XVIII, re di Francia

Con molte probabilità, pur nelle mutate condizioni storico-politiche, il Capo dello Stato si troverà, la notte del 5/6 marzo, nelle stesse condizioni psicologiche del re di Francia, quando Luigi XVIII, di fronte ai risultati delle elezioni del 14 agosto 1815, tenute, a suffragio limitato, in base alla Carta da lui concessa, e seguite alla definiva disfatta napoleonica, ebbe a pronunziare la celebre sentenza: “C’est une chambre qui paressait introuvable!”.

La Chambre introuvable (1815)


Una Camera uscita da chissà dove: “Sortie de nulle part”. Fu quella l’unica previsione mancata del primo ministro del re, l’astuto, abilissimo e camaleontico Charles-Maurice, principe di Talleyrand-Périgord, definito dallo storico Montesquieu, “il diavolo”.

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