Copertina e struttura dell'opera

Copertina


Struttura dell'opera

I. IL MISTERO DALLA

Il legame interiore di Lucio Dalla con Sorrento, perdurato cinquant’anni, è stato totale e corrisposto dall’intera comunità cittadina. Questo romanzo è nato dalla profonda commozione, non soltanto dell’Autore, ma di tutti i sorrentini, nessuno escluso, seguita alla notizia della morte improvvisa di Dalla, per infarto, a Montreaux, il primo marzo del 2012. Esso rappresenta, innanzi tutto, un delicato ed emozionante omaggio ad un uomo, il quale, con la sua disarmante semplicità, nonostante il successo internazionale d’artista, ha vissuto intensamente il suo rapporto d’amore con Sorrento e con i sorrentini. Le testimonianze di quanti, a Sorrento, hanno avuto il privilegio di conoscerlo, di frequentarlo e di volergli bene, si intrecciano, dando forma a un ordito narrativo, attraverso il quale emerge, in pagine di grande emozione, tutta la singolarità, l’originalità, l’eccentricità e l’anticonformismo di Lucio Dalla, come pure i suoi tormenti interiori e la grande generosità di una persona eccezionale. Ma non solo. Ne vengono evidenziati altresì le leggende, i misteri e i miti, alimentati ad arte dallo stesso Dalla, insieme con i suoi tanti mascheramenti clowneschi e le manipolazioni della realtà, quando questa non gli era gradita e lo spingeva a plasmarla a suo piacimento. Soltanto Lucio Dalla avrebbe potuto, forse, se fosse ancora vissuto e se lo avesse voluto, sciogliere completamente il mistero della sua vita di zingaro e “padrone di niente”. Secondo l’Autore, Lucio Dalla non lo avrebbe mai fatto, continuando a nutrire, all’infinito, il mito di se stesso, del suo celato passato, del suo esaltante presente e del suo fantasioso futuro. Il Mistero Lucio Dalla, fatto di semplicità, di generosità, di amore per la bellezza e per la vita, resterà irrisolto. Questo romanzo, che esplora e documenta una parte fondamentale della vita dell’artista, il suo legame con Sorrento, contribuisce, quindi, a riempire un vuoto, sottaciuto, in tutte le altre biografie, pubblicate prima e dopo la sua morte. 

II. BRICIOLA: IL PRELUDIO DEL GENIO

Cantagiro 1963: Gino Paoli, primo vero scopritore di Lucio Dalla, lo convince ad abbandonare I Flippers per intraprendere la carriera di cantautore solista. La storia della famiglia Dalla consente di ricostruire alcuni aspetti ignoti della complessa, affascinante e visionaria personalità, umana e artistica, del cantautore. Il padre Giuseppe, rappresentante di commercio e direttore del club del tiro a volo di Bologna, la cui morte per tumore, dopo due anni di sofferenza, quando Lucio aveva solo sette anni, creò in lui una ferita profonda, devastante, mai rimarginata, influendo, nell’immediato, sulla sua salute (anoressia) e, di seguito, sulla sua visione del mondo, del dolore e della morte. La madre Iole, sarta e proprietaria di un atelier di moda, alla quale era legato da un rapporto edipico, il cui cordone ombelicale, in parte, solo in parte, sarà reciso nel 1976, con la morte della genitrice-musa, la quale lo aveva spinto, fin dalla primissima infanzia (dai tre agli otto anni), ad esibirsi nelle sfilate di moda domestiche e nei cabaret dei teatri provinciali di Bologna, come bambino prodigio, soprannominato, per la sua gracilità fisica, il Briciola. L’Autore individua in quelle iniziali manifestazioni pubbliche del piccolo Lucio Dalla, il preludio del suo genio artistico, anche attraverso l’analisi di reperti fotografici, finora sconosciuti. Le estati dell’infanzia, trascorse a Manfredonia con la madre, che colà si recava per collocare le creazioni sartoriali rimaste invendute a Bologna, segnano l’inizio di quell’amore ancestrale, viscerale e indissolubile per il mare, per il Sud dell’Italia e per la cultura e i miti popolari del Mezzogiorno. Il clarinetto, regalatogli a dieci anni, da Walter Fantuzzi, marito della socia della madre, Lina, rappresenta lo strumento di esordio del suo amore per la musica (unico e vero amore di Lucio Dalla), più intenso e inseguito di quello per lo studio scolastico, interrotto appena al primo anno di ginnasio. Le prime esperienze musicali semiprofessionali prendono l’avvio, lui sedicenne, nell’ambito del jazz, a Bologna, con la Rheno Dixieland Band e, poi, a Roma, con la Second Roman News Orleans Jazz Band e, infine, con I Flippers, complesso che, all’inizio degli anni Sessanta, porterà lo “straccione” Lucio Dalla all’incontro fatale a Sorrento, al Fauno Notte Club.

III. FAUNO NOTTE CLUB

La passione primordiale, istintiva e quasi genetica di Lucio Dalla per il mare, come ritorno nel ventre materno, sbocciata a Manfredonia nelle felici stagioni estive dell’infanzia, e coltivata, poi, nell’intimo rifugio delle Isole Tremiti, a Cala Matana, divenutone l’habitat creativo, disvelò la sua componente gioiosa, dionisiaca e di compartecipazione con gli amici, nelle acque smeraldine di tutte le baie e di tutti gli anfratti rocciosi della costiera sorrentino-amalfitana, da Vico Equense a Vietri sul Mare, e dell’Isola di Capri. Per decenni, il cantante bolognese, quasi ogni estate, visse giornate meravigliose e indimenticabili, descritte dall’Autore, navigando sul ponte marino, che unisce, idealmente, Punta della Campanella ai Faraglioni. Sorrento e Capri divennero, così, per lui, dagli anni Sessanta in poi, i poli esistenziali dell’estate, fonte di ispirazione poetica per le straordinarie bellezze naturali e per l’incanto notturno di quei luoghi, svelato dal chiarore lunare. La tranquilla dimensione sorrentina, tuttavia, gli fu più congeniale della sofisticata, e spesso scandalistica, dimensione caprese. Dalla fu ragguagliato su come e dove si svolgesse l’intensa vita notturna caprese, dal secondo dopoguerra. Tra i luoghi di ritrovo musicale più ricercati e frequentati, a Capri, vi erano il Tragara Club, il Number Two e il Tabù, locali storici degli esordi musicali e dei successi di due mostri sacri della canzone napoletana e italiana, dei quali Lucio Dalla, negli anni successivi, diventerà estimatore e amico: Roberto Murolo e Peppino di Capri. Il punto di ritrovo notturno a Sorrento, invece, dove Lucio Dalla arrivò come clarinettista nel complesso de I Flippers, fu il Fauno Notte Club, aperto dai fratelli Franco e Peppino Jannuzzi, figli di donna Assunta Gargiulo e don Amedeo Jannuzzi, nonché nipoti del poeta vernacolare sorrentino, Silvio Salvatore Gargiulo, in arte Saltovar. L’Autore descrive il clima di quegli anni del dopoguerra, a Sorrento, e il coinvolgimento di Lucio nell’amicizia con due generazioni di giovani: innanzi tutto, gli Jannuzzi, i Russo, i Gargiulo, i Di Leva, i Ruocco e i Villa. La giornata sorrentina di Lucio trascorreva: di sera, tra le esibizioni di scat jazz, in un inglese inventato, al Fauno Notte Club e la pizza notturna al ristorante La Ripetta; di giorno, nella vita di mare sulla barca da pesca degli Jannuzzi, il Sant’Antonio, tra bagni di mare, pesca subacquea, canzoni e sfottimenti reciproci. L’Autore tratteggia episodi memorabili dei soggiorni sorrentini di Lucio Dalla, che ne testimoniano la personalità e la dimensione giocosa: l’allagamento del Fauno Notte Club e la reazione clownesca di Lucio; il ritrovamento della medaglia d’oro, da parte del subacqueo Salvatore Irolla, smarrita sott’acqua; la farfalla bianca, identificata dall’artista con la madre; il richiamo dei delfini, che Lucio faceva dalla prua della barca, mentre era in navigazione nel Tirreno; le invocazioni di Lucio al fuoco, a Stromboli, sotto la Sciara del Fuoco; i quadernetti neri, sui quali appuntava ogni pensiero; le sue solitudini, le sue lacrime e il suo amore per la cucina sorrentina (treccia, basilico e pomodori cuore di bue; linguine ai pomodorini, capperi e olive; i ricci rossi di mare). Su questi episodi, risulta emozionante la testimonianza del suo marinaio pianese, Cristofaro D’Alessio.   

IV. CARUSO THE SONG

L’Autore, dall’analisi del testo di “Caruso”, ricava il convincimento, ignoto agli altri biografi di Lucio Dalla, che il capolavoro dell’artista bolognese sia un punto d’arrivo della sua creatività, prima che essere un punto di partenza, espressione metaforica, non solo della sua poetica, ma della sua concezione della musica, dell’arte e della vita, come contaminazione e non come separatezza, come condivisione e non come pregiudizio. Il capolavoro era maturato già nell’ispirazione dell’artista, in una Sorrento che gli offriva la giusta energia creativa e nella canzone napoletana, che trova la sua fusione nei versi di “Dicitancello vuje”. L’Autore ripercorre la storia di “Caruso” e il suo successo a livello internazionale. Si sofferma anche sulle esitazioni di Lucio, prima di cantare in pubblico la canzone. Puntuale, sul tema, la testimonianza di Peppino di Capri, il quale non fu l’unico esponente del mondo musicale italiano, al quale Dalla sottopose, nell’immediatezza, la nuova composizione, per ricavarne giudizio e conforto. Nelle prime esibizioni semiprivate, di fronte agli amici più intimi di Sorrento, sul Catarro o nella indimenticabile serata, al Blumare Club della Marina di Puolo, organizzata da Bruno Acanfora, i primi ascoltatori, poco esperti di musica, come a Sorrento, rimasero alquanto tiepidi all’esecuzione di “Caruso”, poco in linea con la precedente produzione dalliana, ai quali erano abituati. Gli ascoltatori esperti di musica, tuttavia, come Peppino di Capri, Pippo Baudo e Gianfranco Baldazzi, per citarne solo alcuni, si dimostrarono, invece, immediatamente entusiasti, gridando al capolavoro. Resta, comunque, un mistero nel mistero di quante conferme Dalla avesse ricercato sulla qualità del suo ultimo lavoro, sull’accoglienza di chi lo ascoltava e sui dubbi che continuavano a tormentarlo, se cantare in napoletano o meno, non ritenendosi all’altezza di sfidare quell’illustre tradizione canora. Ma, alle prime esibizioni di fronte al grande pubblico, prima a San Martino Valle Caudina, e, poi, a Siena, le incertezze di Dalla furono spazzate via. Le sue interpretazioni, in quelle sere di fine estate, furono da brividi e, al solo attacco del refrain, con la eco dell’antica melodia napoletana, la sua voce veniva sommersa da un mare di applausi, entusiasti. Così cominciò il cammino di “Caruso” verso l’eternità. Saranno, poi, tra le altre, le voci di Pavarotti e di Bocelli a trasformare quell’inno musicale, fatto di amore e di dolore, di vita e di morte, di luci e di ombre, in un successo mondiale, senza precedenti. 

V. SORRENTO, "L’ANGOLO VERO DELLA MIA ANIMA"

Il rapporto di Lucio Dalla con Sorrento e con i sorrentini è stato intenso e irripetibile, fin dal suo arrivo in città, all’inizio degli anni Sessanta. Un legame, profondo e interiore, di amicizia, di condivisione, di rispetto e di gioia di vivere. Nella città del Tasso, il cantautore bolognese trovò la sua dimensione ideale. Una dimensione, personale e intima, congeniale al suo modo, a volte bizzarro, di comunicare con gli altri. Sorrento, dal canto suo, ha saputo onorare questo amato ospite e amico, con il conferimento, nel 1997, della cittadinanza onoraria e, successivamente, dei premi “Caruso”, nel 2003, e “Sorrento nel Mondo”, quest’ultimo conferitogli, nel 2006, insieme con l’Autore. Lucio ha sempre ricambiato tutto l’affetto ricevuto, con vere e proprie dichiarazioni d’amore per Sorrento, manifestate ogniqualvolta se ne presentasse l’occasione, e tenendo concerti per diverse attività benefiche, organizzate, a Sorrento, dai suoi amici e da associazioni di assistenza. Si legava profondamente a quanti predisponevano eventi che esaltassero feste religiose, legate al territorio, e, in particolare, l’artigianato artistico sorrentino. Significativa l’attenzione di Dalla verso Marcello Aversa, patron della mostra di artigianato sorrentino “Terra, Acqua e Fuoco”, a Maiano di Sant’Agnello. Lucio era rimasto folgorato dalle creazioni religiose del maestro cretaro, tanto da invitarlo, con la moglie, a Bologna. Nel 2008, appunto, parteciperà personalmente all’inaugurazione della seconda edizione della mostra di Aversa, in una serata memorabile di canzoni, tra le quali “Caruso”, in cui Maiano divenne il centro del mondo. Sorrento era la sua anima e, per quanto lontano potesse viaggiare, confessava pubblicamente di volerci sempre tornare: “Tutte le cose che ho fatto a Sorrento, le idee che ho avuto, le giustificazioni per venire qui, anche quando non potevo e non dovevo, me le sono inventate. Dicevo: ‘Devo andare a scrivere, per cui vado a Sorrento’, perché avevo la sensazione che tutte le cose che facessi a Sorrento, venissero migliorate dall’energia del posto”.

VI. LA TERRAZZA DE LA SCOGLIERA

Marina Piccola di Sorrento, il porto turistico della città, è stato uno dei poli fondamentali nei quali è sbocciato e si è consolidato l’amore reciproco tra il cantante e la città. Il bar La Scogliera costituiva il punto di partenza e l’approdo finale delle fantastiche giornate di mare di Lucio, il ritrovo dell’artista con i suoi ospiti di barca, dopo il bagno ai Faraglioni, nella Baia di Jeranto o a Li Galli. L’amicizia con Angelo Leonelli, proprietario del bar, fu intensa. Leonelli divenne il suo consigliere-confidente, uno dei latori più efficaci nell’appagamento dell’insaziabile curiosità di Lucio per le storie locali, per le famiglie e per i personaggi di quel borgo marinaro, al quale era tanto affezionato. Nutriva una vera e propria fissazione per i soprannomi dei marinai e degli operatori delle cooperative di ormeggio. Era amico di tutti, come tutti erano suoi amici, chiamandolo per nome. Fu Leonelli, appunto, a raccontare a Lucio degli ultimi giorni di vita del celeberrimo tenore, Enrico Caruso, il quale soggiornava, insieme con la moglie Dorothy, all’Hôtel Excelsior Vittoria, svettante proprio sopra Marina Piccola. Quel racconto coagulò l’ispirazione di Lucio, che principiava da lontano, e contribuì alla composizione del suo immortale capolavoro, “Caruso”, omaggio a Sorrento, al grande tenore, all’amore e alla morte, nonché alla passione per la lirica: apollineo e dionisiaco, fusi insieme, in una melodia che, secondo l’Autore, come “Torna a Surriento”, sfida l’eternità (la prima di copertina). Esemplare è il racconto dell’amicizia di Lucio con un ragazzo della Marina Piccola, Nino Russo, ormeggiatore nella cooperativa del nonno d’estate, e studente dell’’Istituto nautico, d’inverno. Lucio e Nino scoprirono di avere in comune una passione sportiva che, per Dalla, rappresentava una vera e propria ragione di vita: il basket. Lucio era notoriamente un accanito tifoso della Virtus Bologna, peraltro giocatore egli stesso, nonostante l’altezza. Fu così che Lucio fece allestire, a Marina Piccola, sull’arenile sotto l’Hôtel Excelsior Vittoria, un piccolo campo di pallacanestro, dove, d’estate, al tramonto, giocava la partitella, con Nino e altri marinai del borgo, tra gli applausi dei turisti, assiepati ai bordi del terreno di gioco. Di irripetibile bellezza, la scena in cui l’altissimo Nino solleva in alto il piccolo Lucio e gli consente di fare canestro: un inno alla gioia di vivere, alla giovinezza, alla bellezza e alla mitica generosità umana di Lucio Dalla. Su quella stessa terrazza de La Scogliera, si vivranno molti momenti indimenticabili del legame di Lucio Dalla con Sorrento. Tra gli altri, nell’agosto 1990, Lucio concesse, ad un giovane giornalista sorrentino de Il Mattino, Antonino Siniscalchi, un’intervista, in anteprima nazionale, sul suo nuovo album, “Cambio”. Un’ulteriore riprova dell’affetto di Lucio per Sorrento.

VII. IL PRINCIPATO DE LI GALLI

Tra gli amici degli esordi sorrentini di Lucio Dalla, i componenti della cosiddetta Banda del Fauno Notte Club, un posto preminente è stato occupato da Giovanni Russo, albergatore sorrentino di livello internazionale, il quale, negli anni, ha raggiunto notevoli e brillanti successi imprenditoriali. Fu un’amicizia profonda, durata per tutta la vita, fino alla morte del cantante, nel 2012, Ciò che li legò sempre, Giovanni e Lucio, e per sempre, fu l’aver percepito, reciprocamente, di essere, nella vita quotidiana, nei rapporti umani, nell’attività professionale o artistica, due creativi puri, due visionari, due persone capaci di fronteggiare e di scavalcare gli ostacoli del presente, inventandosi fantastiche realtà, nuove e diverse, tutte proiettate nel futuro, tutte ispirate ad un’armonia universale. Tutte, poi, puntualmente realizzate. Lucio invitava sempre Giovanni ai suoi concerti, in Italia e all’estero. Memorabili furono quelli che il cantante tenne, presenti Giovanni e Gianfranco Villa con le mogli, nel 1987, all’Olympia di Parigi, seguiti da appendici tragicomiche al Lido, quando uno scimpanzé cominciò a “flirtare” con Dalla. Fu, però, sui mitici isolotti de Li Galli, di fronte Positano, rifugio dorato, dagli anni Venti del Novecento, dei ballerini e coreografi russi, Léonide Massine, prima, e Rudolf Nureyev, poi, acquistati da Giovanni Russo nel 1994, che i due amici vissero giorni splendidi di gioia amicale e di vibranti emozioni. Sul mare, sempre sul mare, Lucio, con lo sguardo rivolto ai Faraglioni di Capri, nello scintillio solare delle onde o immerso nel plenilunio.

VIII. 2011: UN’ESTATE MERAVIGLIOSA. L’ULTIMA

I tre isolotti de Li Galli, furono teatro, nell’estate del 2011, di un’ultima, incredibile e allegra cerimonia, inventata da Dalla e dall’imprenditore Riccardo Scarselli, celebrazione dell’amicizia sorrentina: l’investitura di Giovanni a principe de Li Galli e il conferimento dei ducati a Lucio e agli altri amici, con tanto di corona per il principe e galletti ducali di ceramica vietrese per i vassalli. Giornata meravigliosa vissuta insieme, attimi di felicità, momenti di gioia, non rinnovabili in futuro. Nella notte seguita a quella giornata, l’Autore rinviene la premonizione che qualcosa stia per interrompersi, per dissolversi e per essere riassorbito nella totalità dell’universo, in quella stessa luce lunare, tanto amata dall’artista e una delle sue principali fonti di ispirazione, con il cielo, con il mare e con le stelle. Un’ultima notte a Li Galli. Una stupenda immagine di Lucio nel plenilunio de Li Galli (prima bandella di copertina). Il lucore lunare rischiara l’imprevedibile, ma imminente, inizio dell’altro tempo, il tempo dell’eternità, il tempo della fama immortale, consacrata dal suo capolavoro “Caruso”. “Quando vide la luna uscire da una nuvola, gli sembrò più dolce anche la morte”. L’Autore chiude il romanzo con una scena surreale che avrebbe fatto impazzire di gioia Lucio Dalla: “Ogni estate, un angelo alto, biondo e bello, ritorna a Sorrento. E’ un angelo zingaro, libero, il quale si siede sulla terrazza de La Scogliera a contemplare il traffico del porto. Cavalca il motorino di Peppino Jannuzzi e sale da Marina Piccola a piazza Tasso. Scorrazza tra i decumani. Scende a Marina Grande, per osservare i pescatori, a lavoro, sulle reti. Ritorna, infine, al Bar Fauno, dove attende di scendere, a sera tardi, al Fauno Notte Club. E canta, canta, a distesa, “Caruso”. Qualche sorrentino va raccontando in giro, a costo di farsi prendere per matto, di aver riconosciuto, in quell’angelo, Lucio. Altri, invece, narrano di aver visto, nelle notti di luna piena, apparire, d’improvviso, in piazza Tasso, un elfo, alto, magro, dai capelli argentei e dagli occhi brillanti, dotato di una voce armoniosa. Anche l’elfo canta, accompagnato da un clarinetto, nella forma dello scat jazz, in una lingua, quasi grottesca e caricaturale, incomprensibile. Anche questi altri sorrentini sostengono di aver riconosciuto, in quell’elfo, Lucio. Lucio Dalla non abbandona il luogo (angolo) della sua anima e variante preziosa della sua vita. Continua così, da angelo o da elfo, a immortalare il suo legame interiore con Sorrento e la leggenda di Sorrento nel Mondo”. 

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