Caruso The Song

Carissime Amiche di Lucio,
carissimi Amici di Lucio,

questo libro vuole essere, innanzi tutto, l’omaggio di un sorrentino ad un grande artista, Lucio Dalla, il quale, per un cinquantennio, dai primi anni Sessanta alla morte, si è legato interiormente a Sorrento: una passione corrisposta, in toto, non soltanto dalla rete dei suoi fedelissimi amici e compagnoni estivi di Sorrento, con i quali ha vissuto giornate spensierate e gioiose, ma dall’intera comunità cittadina che lo ha accolto, sempre, fin dal primo incontro, con sentimenti di ospitalità, di simpatia, di affetto, di ammirazione e, infine, di imperitura gratitudine. Centinaia di episodi testimoniano questa corrispondenza amorosa, a livello popolare, che rendeva Lucio parte integrante, vissuta consapevolmente e in maniera non formale, ma autentica, di una dimensione collettiva, ispirata, storicamente, alla bellezza della natura, allo spirito dell’accoglienza, alla gioia di vivere, alla solarità del carattere, alla giocosità dei rapporti, all’amicizia profonda e, in una parola, all’amore, di cui Lucio era assetato e che, a Sorrento, trovava un completo appagamento. L’idea di questa biografia è legata alla morte improvvisa del Maestro bolognese, per infarto, a Montreaux, in Svizzera, la mattina di giovedì 1 marzo 2012. La luttuosa notizia mi raggiunse, attraverso i media, in Senato, da dove, superata la commozione e dissolto il primo impatto emotivo, mi apprestai ad organizzare, per la domenica successiva, nella ricorrenza del suo sessantanovesimo compleanno, una cerimonia religiosa di suffragio per l’amico di Sorrento scomparso, presso la Chiesa del SS. Rosario del Capo di Sorrento. Il giorno successivo al luttuoso evento mi trasferii a Sorrento e trovai la mia città annichilita. Per l’intera giornata di sabato, raccolsi, tra gli amici di Lucio, in piazza Tasso, nei vicoli del centro storico, negli alberghi, nei ristoranti, nelle chiese e, principalmente, tra i pescatori di Marina Grande e al porto di Marina Piccola, le incredule e smarrite testimonianze di un dolore profondo, diffuso, avvertito dalla gente sorrentina, come quello sofferto per la scomparsa di una persona cara, di un membro della propria famiglia, di un fratello. Ripercorsi le tappe del nostro rapporto, che non era stato mai di frequentazione diretta, piuttosto coltivato attraverso amici intermediari e consolidato, comunque, da una grande stima reciproca, che affondava le radici molto lontano nel tempo. Me lo aveva presentato, in un tardo pomeriggio di fine estate dei primi anni Sessanta, nel suo piccolo ufficio del Fauno Notte Club, Franco Jannuzzi, il quale, con il fratello Peppino, era diventato l’animatore delle notti musicali sorrentine e aveva chiamato a suonare, nel nuovo night club, il complesso romano de I Flippers, del quale Lucio, da poco, faceva parte, come clarinettista. Parlammo, per un intero pomeriggio, noi tre, della filosofia del mare, con Franco che mi canzonava, chiamandomi “prof”. Ci rincontrammo, Lucio ed io, finalmente, di persona, nel novembre del 2006, al Palazzo Municipale di Sorrento, alla cerimonia ufficiale di conferimento del “Premio Sorrento nel Mondo”. All’epoca, il Maestro era diventato una star mondiale della musica pop, onusto di riconoscimenti, tra i quali uno gli era particolarmente caro, la cittadinanza onoraria di Sorrento, mentre io, allora, ricoprivo l’incarico di Commissario Straordinario del Governo per la lotta al racket e all’usura. Ne era passato di tempo da quel pomeriggio dei primi di settembre, nello studio di Franco, al Fauno Notte Club! Il conferimento del premio, in abbinata, a noi due, era stato fortemente voluto dal Lions Club della Penisola Sorrentina. Alcuni lanci di agenzie di stampa avevano dato rilievo a quella manifestazione e anche a quell’inconsueto abbinamento, l’artista e il prefetto, ma nessuno conosceva il lontano precedente, che, nonostante il passare del tempo, ancora ci univa. L’assedio dei presenti, dei cineoperatori e dei fotografi non riuscì ad impedirci, nel breve colloquio che precedette la premiazione, di riscontrare che quel filo di misteriosa empatia, di affettuosa stima e di reciproca considerazione non fosse stato mai reciso. E Lucio, con la sua traboccante umanità, me ne diede prova subito, dopo un lungo e fraterno abbraccio, investendomi con una domanda significativa e memore del passato: “Ti devo chiamare prefetto o mi basta ancora prof?”. “Preferisco prof”, gli risposi, “perché ci riconduce alla memoria di Franco, un nostro indimenticabile amico”. “Mi sono molto commosso”, aggiunse sotto voce, quasi a voler sottrarre quella complice confessione alla percezione delle molte orecchie estranee in agguato, “mi sono molto commosso a leggere i tuoi due libri, che mi hai fatto pervenire, tramite Angelo (Angelo Leonelli, ndr), sulla storia di tua madre Angela, che è la storia di tutte le madri del mondo, anche di mia madre Iole. Quando ti deciderai a scrivere qualcosa su di me?”. Fui preso di contropiede da quella lusinghiera quanto inattesa richiesta, per cui esitai nel rispondere.

Solo oggi, ho rotto gli indugi e, con quest’opera, ho inteso corrispondere alla richiesta del Maestro, per testimoniare un’affinità elettiva che, in qualche modo, ci legava e che il Maestro, forse, più di me e meglio di me, aveva intuito. La nostra affinità elettiva non ha potuto prescindere, naturalmente, dal forte legame sentimentale di Lucio Dalla con la mia città, durato per cinquant’anni, una “catena” che ho tentato di ricostruire attraverso decine di preziose testimonianze dei suoi amici sorrentini sopravvissuti. Con questo svelamento del suo cinquantennale amore per Sorrento, ignorato finora da tutta la pubblicistica su Lucio Dalla, pre e post mortem, il mio lavoro, oltre a sciogliere un debito personale di riconoscenza, ambisce a riempire un vuoto nella sua biografia, umana, intellettuale e artistica. Il forte e mai interrotto legame di Lucio Dalla con Sorrento non è disgiungibile, a mio giudizio, dalla sua opera artistica e, in primis, dal suo capolavoro, “Caruso”.


Raffaele Lauro

Roma, settembre 2014
 

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