SANT’AGATA SUI DUE GOLFI (28 AGOSTO 2016) SALA DELLA CONFRATERNITA DEL SS. ROSARIO PRESENTAZIONE DELL’ULTIMO ROMANZO DE “LA TRILOGIA SORRENTINA” DI RAFFAELE LAURO “DANCE THE LOVE - UNA STELLA A VICO EQUENSE” RESOCONTO DEGLI INTERVENTI DI DONATO IACCARINO, LORENZO BALDUCELLI, GIOVANNA STAIANO, RICCARDO PIRODDI, LIVIA IACCARINO, NICOLA DI MARTINO E RAFFAELE LAURO

09-09-2016

(Il resoconto integrale è stato curato da Riccardo Piroddi) 

Donato Iaccarino, Presidente Pro Loco “Due Golfi”

Buona sera, buona sera a tutti. Siamo qui, questa sera, per presentare il novo romanzo di Raffaele Lauro, “Dance The Love - Una stella a Vico Equense”. Da poco è giunta la notizia che la protagonista del romanzo e ospite d’onore della serata, la danzatrice Violetta Elvin, non potrà partecipare, a causa di una improvvisa indisposizione. Ci dispiace molto, perché ho letto il libro e mi sono innamorato della signora Violetta. Un personaggio straordinario. Per cui, direi di iniziare subito. Se l’Autore me lo permette, trovo questo romanzo ancora più bello dei precedenti. Vorrei invitare il sindaco, affinché porga il suo saluto ai presenti, dando inizio, così, alla manifestazione.

Lorenzo Balducelli, Sindaco di Massa Lubrense

Buona sera. Vi saluto a nome dell’intera Amministrazione Comunale, ringraziandovi per la presenza. Ringrazio anche l’autore di questo meraviglioso libro. Il primo de “La Trilogia Sorrentina”, “Sorrento The Romance - Il conflitto, nel XVI secolo, tra Cristianesimo e Islam”, l’ho letto tutto, il secondo, “Caruso The Song - Lucio Dalla e Sorrento”, un po’ meno, e questo terzo, “Dance The Love - Una stella a Vico Equense”, tutto. Ne sono rimasto entusiasta, per il modo in cui è raccontata la storia di una persona speciale, Violetta Elvin. Aver letto il libro e non poter incontrare, stasera, una donna del genere, mi lascia molta tristezza. Una donna, la quale, all’apice della carriera e del successo, lascia tutto per un uomo e per una terra a noi vicina, ma, comunque, nostra, per la sua morfologia, è qualcosa che pochissime persone sarebbero riuscite a fare. A lei, quindi, innanzi tutto, un ringraziamento per l’esempio che può rappresentare per qualsiasi persona. Al professor Lauro, un ringraziamento, anche per la sua disponibilità e vicinanza a Massa Lubrense, in tante occasioni, che non cito come faccio di solito, perché lui non vuole. Vi lascio perché ho un altro impegno: ricorrono i quarant’anni della fondazione della sezione massese dell’Archeoclub d’Italia. Per cui, spazio agli autorevoli relatori, i quali, certamente, sapranno ben parlarvi di questo libro. Grazie!

Giovanna Staiano, Avvocato

Buona sera e grazie. Ho piacere, stasera, sia a parlare che ad ascoltare cosa pensano di questo libro anche gli altri relatori. Vi riporto le mie impressioni: sono rimasta entusiasta. Un libro che ho letto con velocità e con passione, che mi ha molto coinvolta. Devo riconoscerlo: mi sono innamorata anch’io di questa donna straordinaria, al di là del fatto che stasera non ho avuto l’onore di conoscerla ma, certamente, ce ne sarà occasione in futuro. Senza voler nulla togliere alle opere precedenti di Raffaele Lauro, quest’ultimo libro mi ha appassionato in modo del tutto particolare. La storia di una donna che ha avuto un incredibile coraggio e la forza di operare una scelta così importante e radicale. All’epoca, non molte donne si potevano affermare in un settore come quello della danza, così duro e così selettivo. Lei ci riesce e, poi, rinuncia a tutto per amore. Una personalità incredibile, che mi ha colpito in particolar modo, fin dai suoi primi anni di vita. Si presenta come una ragazza, come una donna, come una madre, semplice, umile e autentica. Lei non è una donna arrivista, che cerca di raggiungere risultati a tutti i costi, nonostante, poi, li raggiunga proprio senza cercarli, semplicemente con la sua curiosità, con la sua voglia di scoprire il mondo, con i suoi studi e con i suoi sacrifici. Tutta la sua vita è stata caratterizzata da uno spirito positivo e da sentimenti veri, tali che si potrebbe dire essere stata una donna fortunata, e invece no, perché è stato il modo in cui Violetta si è posta nei confronti del mondo. Questo è quanto mi ha colpito di questa donna: la capacità di godere di sentimenti così reali, non soltanto nell’amore, come quello vissuto con Fernando Savarese, il quale si innamora perdutamente di Violetta, con discrezione e con semplicità e aspetta. Se accadrà. E accadde. Lui andava a teatro, non la corteggiava in modo oppressivo. Era lì, presente, fino a quando Violetta decise di farne l’uomo della sua vita. Ma vi sono anche altri sentimenti, descritti in questo libro. L’amicizia, ad esempio. Quella tra Violetta e Zarko Prebil, coreografo conosciuto in Italia, col quale scambia, nella famosa telefonata descritta nel romanzo, delle parole splendide sul senso della sua vita, una vita dedicata all’amore, all’amore per un uomo, all’amore per l’arte, all’amore per la natura e per tutto quello che la circonda. Quindi, la vita di Violetta Elvin, per noi, rappresenta un messaggio: la capacità di saper scegliere, nel momento giusto, il meglio per lei nella vita. Questa è, certamente, una grande lezione. Violetta ha continuato ad amare, giorno dopo giorno, tutto quello che ha intorno. Ed è qui tutta la bellezza dei contenuti che si possono assaporare in questo testo: la lezione di dover continuare ad amare il bene più prezioso che ci è stato donato, la vita. Un piccolo aneddoto che non conoscevo: il matrimonio di Violetta a Santa Maria della Neve, posto dove vivo da vent’anni. Avrebbe potuto scegliere le più grandi cattedrali del mondo e, invece, alle sei del mattino, in silenzio, sposa il suo amato Fernando, in una piccola chiesa di un piccolo paese. Anche questo sintetizza la vita di Violetta. Grazie!

Riccardo Piroddi, Pubblicista

Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare. E quando ho visto il mio demonio, l’ho sempre trovato serio, radicale, profondo, solenne: era lo spirito di gravità, grazie a lui tutte le cose cadono. Non con la collera, col riso si uccide. Orsù, uccidiamo lo spirito di gravità. Ho imparato ad andare: da quel momento mi lascio correre. Ho imparato a volare: da quel momento non voglio più essere urtato per smuovermi. Adesso sono lieve, adesso io volo, adesso vedo al di sotto di me, adesso è un dio a danzare, se io danzo”. Buona sera, buona sera a tutti. Le parole che ho appena recitato non sono mie. Lo fossero, ora sarei nell’olimpo dei pensatori di tutti i tempi. Sono di un personaggio della storia del pensiero universale, di cui vi parlerò tra poco. Non ho bisogno di presentarmi, mi conoscete tutti. Mi considero ancora un giovane virgulto, figlio di questa terra meravigliosa, la terra massese. Non è un mistero che, da anni, collabori con il professor Lauro, per cui, di quest’opera, che presentiamo stasera, conosco anche l’esatta posizione delle virgole. Lo scorso anno quando, a pochi metri da qui, in piazza, presentammo il romanzo precedente del professor Lauro, “Caruso The Song - Lucio Dalla e Sorrento”, dedicai il mio intervento a donna Violetta. Stasera ella sarebbe dovuta essere qui, davanti a me e tra voi, ma non è potuta intervenire e, nonostante ciò, con il cuore tra le mani, voglio dire a lei che sto per offrirle, non soltanto questa mia relazione, ma la mia anima. Avrei voluto tenere, in questa occasione, un discorso nel quale raccontarvi l’incredibile storia che mi ha visto protagonista, in tutte le fasi che hanno portato alla pubblicazione di questo romanzo, dalle interviste a donna Violetta, alle quali ho avuto la gratificante possibilità di partecipare, in qualità di novizio di frate Guglielmo da Baskerville - Lauro, per citare il mio amato Umberto Eco, alla nostra amicizia, la quale è una medaglia d’onore che avrò appuntata sul petto fino alla fine dei miei giorni, alle nostre telefonate notturne, sovente in inglese, durante le quali parliamo di William Turner, di Dante Alighieri, di letteratura e delle ultime vicende politiche internazionali. Vorrei, ma come mi ha insegnato il filosofo ginevrino Jean Jacques Rousseau, a parlare di sé non si guadagna mai nulla! Ed ecco, allora, che per onorare secondo il massimo delle mie poche possibilità, questa donna straordinaria, ho deciso di indossare i miei abiti migliori, quelli dell’educazione sentimentale e culturale, e di riferirvi talune impressioni suscitatemi da questo bel romanzo, facendomi condurre per mano da uno dei più elevati spiriti dell’umanità, che io sommamente amo e al quale sono enormemente debitore, l’autore delle parole che ho pocanzi recitato: Friedrich Wilhelm Nietzsche. Perché mai, proprio Nietzsche? Perché, credetemi, Violetta Elvin e Friedrich Wilhelm Nietzsche hanno molte caratteristiche in comune, non soltanto il medesimo amore per la danza. In Nietzsche, la danza è attività libera e liberatrice. E’ espressione, insieme con la musica, di quell’elemento dionisiaco oscuro, contrapposto all’apollineo luminoso. Per mostrarvi, dunque, queste caratteristiche comuni vorrei partire dall’occasione che, nel romanzo, mi ha suggerito questo percorso. Monte Comune, Vico Equense: in un afflato di incanto naturalistico, la giovane Violetta, immersa nell’estasi visiva del golfo di Napoli, ripercorre, in pochi attimi, cito: “Il grande cratere di fuoco, il prevalere delle acque, il consolidarsi di quell’armonia, un’opera d’arte, che anche il più convinto agnostico avrebbe faticato a non definire divina. Da quel punto di osservazione del mondo l’epopea della vita, la nascita di Venere pagana, che emerge dalla spuma delle onde, e il destino dell’umanità, tutto diventava più chiaro, intuitivamente, senza avere più bisogno di spiegazioni”. La giovane Violetta, in quel momento, decide di riprendere in mano la propria vita, di darle una nuova forma e una nuova direzione. Un nuovo inizio, quindi, una palingenesi. Sils Maria, Engadina svizzera: in una notte estiva di luna, Nietzsche, mentre passeggia tra i laghetti che bagnano la località alpestre, ha l’intuizione di una teoria destinata a diventare uno dei capisaldi della sua dottrina filosofica: l’eterno ritorno all’uguale. “Non essendoci un Dio creatore che ha dato inizio a un mondo composto di esseri finiti, allora il mondo non ha né inizio né fine, è eterno ed è composto di esseri infiniti”.L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere! Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina”. Queste ultime sono parole di Nietzsche da “La gaia scienza”, opera del 1882, che scrisse quando aveva circa la mia età e nella quale annunziò proprio questa teoria. Ecco, soffermiamoci un attimo su questa parola: gaia. E’ la chiave che mi ha consentito di rintracciare parallelismi tra le esistenze e la poietica di Violetta Elvin e Friedrich Wilhelm Nietzsche. Mi figuro la vita di donna Violetta come una vita gaia, proprio in senso nietzschiano. Nietzsche scrive “La gaia scienza”, opera che rappresenta il passaggio dalla fase cosiddetta dello spirito libero, verso le sommità mature del suo pensiero, influenzato da un luogo fisico, dall’ebbrezza della contemplazione di un paesaggio naturale. Allo stesso modo, Violetta opera, in un medesimo contesto spirituale, quella scelta di vita che le permetterà di chiudere un periodo, quello della danza, e di aprirne un altro, quello dell’amore: Dance The Love, appunto. C’è dell’altro, però, su cui ho costruito la comparazione tra donna Violetta e Nietzsche e riguarda il mio approccio intimo e personale alle vicende dei due: il mio debito di gratitudine nei confronti di entrambi. Nietzsche è stato uno dei massimi formatori del mio pensiero. Io amo Nietzsche perché la sua filosofia è una filosofia gioiosa, una filosofia dello spiritus construens, lo spirito che costruisce, una filosofia del futuro. Sono solito rispondere in questo modo alla domanda, che mi viene spesso posta, riguardo cosa ami parlare quando sono con una donna (i dialoghi con una donna sono, per un uomo, il più meraviglioso esercizio di dialettica della passione!). Io amo parlare del futuro. Con le donne io amo parlare del futuro! Questo me lo ha insegnato Nietzsche. Nietzsche ha liberato l’umanità dalle incrostazioni esiziali che la metafisica, da Platone a Hegel, aveva sedimentato nella storia del pensiero occidentale. Il suo celebre adagio, “Dio è morto”, riferibile non soltanto all’ambito religioso, ma, appunto, più in generale, a quello metafisico, è divenuto il suono delle campane che ha destato l’umanità, aprendole gli occhi ad una nuova era. Ne “Il crepuscolo degli idoli”, del 1888, il filosofo spiega, in sei punti, come “il mondo vero finì per diventare una favola”, posando, sulla metafisica occidentale, la più ironica, distruttiva e definitiva pietra tombale. Vi consiglio di leggerla, se siete preparati alla deflagrazione di tutte le vostre credenze. C’è un termine, ricorrente in molti punti dell’opera nietzschiana: antivitale. Egli lo riferisce, particolarmente, alle religioni e ai vecchi sistemi di credenze. Il mio amore per Nietzsche è germogliato grazie a questa parola, perché lui, poi, ha saputo palesare cosa fosse e cosa significasse il contrario. Vitale, ciò che abbandona il vecchio e si proietta verso il futuro. L’uomo, infatti, ripudiati i sistemi mentali pregressi, che lo hanno costretto alla schiavitù morale, all’antivitale, adoperata e accettata la trasvalutazione dei valori, per usare la sua terminologia, diviene un essere vitale, proiettato verso il futuro, verso la libertà. Nietzsche ha mostrato a cosa dovesse tendere l’uomo e l’umanità. Nietzsche è stato certamente un uomo pieno d’amore. Un sistema filosofico come il suo ha necessariamente alla base una massiccia quantità di amore. Nella vita, però, da quel punto di vista, fu sfortunato. Amò una sua discepola, Lou Salomé, la quale rifiutò di sposarlo, precipitandolo in una crisi depressiva che, tuttavia, gli fu provvidenziale, in quanto gli ispirò la prima parte di “Così parlò Zarathustra”. E, ancora, nonostante non vi siano prove certe, l’innamoramento, sempre infelice, per Cosima Wagner, seconda moglie del famoso compositore Richard, con i quali, tra l’altro, fu qui, a visitare il monastero del Deserto, negli anni ’80 dell’Ottocento. Un grande uomo, un grande spirito, un’anima libera, un benefattore dell’umanità! Un pensatore, cui oggi le giovani generazioni, come la mia, dovrebbero guardare. In un’epoca in cui quanti ci hanno preceduto non hanno lasciato a noi neppure le macerie con le quali poter costruire il nostro futuro, un filosofo il quale, dal punto di vista dottrinario, ha tracciato la via maestra per l’avvenire, deve essere venerato come una divinità! Altro che i falsi miti propinati oggi dai media! Adesso questo mio discorso entra nella parte più sentimentale, quella più difficile, per me, da enunciare, perché temo che lacrime di gioia possano rigare il mio viso e occludermi la gola, impedendomi finanche di parlare. Mi rivolgo idealmente a donna Violetta, per cercare di chiarire i motivi di questo accostamento della sua persona e della sua storia a Nietzsche: Nietzsche filosofo vitale, danzatore dello spirito, uomo d’amore, profeta della libertà, oracolo dell’avvenire. Donna Violetta, artista vitale, danzatrice dello spirito, donna d’amore, profetessa della libertà, oracolo dell’avvenire. Io ho avuto il privilegio di poter ascoltare, dalla sua viva voce, i racconti della sua incredibile vita di bambina, di artista, di donna, di moglie e di madre. I lettori di questo bellissimo romanzo lo faranno attraverso le meravigliose pagine che il professor Lauro ha così bellamente costruito. Per cui, non vi indugio affatto. Questo intervento è affiorato nella mia mente già mentre, un anno e mezzo fa, la ascoltavo parlare di lei e della sua storia. Immediatamente, l’ho legata al filosofo di cui ho esposto. Davanti ai miei occhi incantati di giovane ha portato in scena, come faceva al Teatro Bol’šoj di Mosca o alla Royal Opera House di Covent Garden, nella nostra amatissima Londra, la filosofia di Nietzsche. “Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare!” Donna Violetta sa danzare, eccome, e io credo in lei. Queste mie riflessioni siano un altare che io innalzo al suo simulacro, al suo esempio, alla sua bellezza mai sfiorita. La sua storia è la dimostrazione reale di quel vitalismo di cui parlava il Nietzsche, sostenuto dall’amore per la vita, per la danza, per l’arte, per un uomo, il suo Fernando, per un figlio, il suo Antonio, e per una terra, questa nostra Penisola Sorrentina e Vico Equense, in particolare, nella quale è sbocciata come il fiore più prezioso, l’orchidea “Scarpetta di Venere”, la stessa scarpetta che indossava in teatro, e come la Venere cantata da Foscolo nel sonetto “A Zacinto”, ha fatto feconda, o nella quale, come la Beatrice di Dante, è venuta a miracol mostrare. Il miracolo della sua stessa vita, che ha donato a questa terra e a noi, suoi abitanti. Donna Violetta, filosoficamente parlando, ha operato quella rivoluzione, non copernicana, come direbbe Immanuel Kant, ma nietzschiana. Ha superato l’oppressione di un regime dittatoriale, che per Nietzsche era la metafisica, aprendo le sue ali verso la libertà, verso la vita. Ha fatto diventare quel mondo vero, che Lenin, Stalin e il comunismo avevano costruito, una favola. Anch’ella ha operato e accettato la trasvalutazione dei valori, avendo la forza di rinunciare, non come Nietzsche, a qualcosa che la rendeva schiava, ma ancor più difficilmente, a qualcosa che amava, la danza, per abbracciare qualcuno che avrebbe amato ancora di più. Ha conquistato la vera libertà: quella di amare! E’ lei stessa divenuta simbolo della libertà. Ai miei occhi incantati di giovane, spesso velati dalla malinconia dei poeti, ella è sole splendente, trasfigurata, nietzschianamente trasvalorata, nel sole. “Vergine bella che di sol vestita”, cantava Francesco Petrarca. Come nelle muse dei poeti, io vedo in lei tutte le donne del mondo, tutte le madri del mondo. Nel suo cuore c’è la storia del mondo. “Potrei credere solo a un dio che sapesse danzare!”. Guardando a lei, così regale, così bella, così meravigliosa, io penso alla donna che, spero, un giorno possa accompagnarmi nella vita e allora, quando l’avrò davanti, regale, bella e meravigliosa come donna Violetta, con il cuore e le gambe tremanti, come in questo momento, le dirò, pensando a lei, pensando al suo esempio, pensando alla delicatezza e all’affetto che ha sempre mostrato nei miei confronti, che, nel teatro del tempo, io danzerò la mia vita: tu, sole, come luce di scena e l’eternità come sfondo! Grazie donna Violetta! Grazie a tutti!

Livia Iaccarino, Ristoratrice

Buona sera. Io ho conosciuto Violetta, una donna straordinaria, che veniva al “Don Alfonso” con la famiglia, ma non conoscevo tutte queste sfaccettature che ci ha fatto scoprire Raffaele Lauro. Violetta ha sempre tenuto a festeggiare i suoi compleanni al “Don Alfonso”. Ci teneva a venire, soprattutto, nelle sere calde d’estate, quando a Vico Equense non si respirava e noi a Sant’Agata non le davamo soltanto un ristoro fisico, ma mentale, perché questa frescura di Sant’Agata ti prende, ti travolge. E lei era felice. Appena scendeva dalla macchina, accompagnata dalla sua famiglia, e metteva piede nel viale del “Don Alfonso”, allargava le bracca e diceva: “Come sto bene qui! Questo è l’angolo dove amo stare con i miei amici e con i miei parenti”. Noi siamo innamorati di Violetta e Violetta è innamorata di noi. E’ facile innamorarsi di Violetta. Basta trascorrervi dieci minuti e lei ti travolge. Ha una sensibilità pazzesca, ogni suo gesto è speciale, ogni suo gesto è un atto d’amore. Anche quando cammina. Ogni suo passo rappresenta un ringraziamento al Signore, perché lei ha sempre lo sguardo rivolto verso il cielo, per ringraziare di tutto quello che la vita le ha dato. Questo libro mi ha molto emozionato, anche se non ho potuto leggerlo tutto, perché mi trovo in piena stagione lavorativa. Ma quanto ho letto mi ha affascinata. Episodi della sua vita molto toccanti. Una donna veramente straordinaria. Solo un uomo dotato della sensibilità di Raffaele Lauro avrebbe potuto aprire questa cassaforte, dischiudendo il cuore di questa donna e svelando delle cose incredibili. Chiamiamoli pure romanzi questi libri, ma sono storie di vita. Il romanzo, molte volte, è qualcosa fine a se stesso, ma i romanzi di Raffaele Lauro ci insegnano la storia, scritta dalle persone che l’hanno vissuta sulla propria pelle e, vi assicuro, è tutta un’altra storia. Grazie!       

 

Nicola Di Martino, Presidente Associazione Culturale “La Fenice”

Buona sera a tutti! Parlare di un libro del professor Lauro é sempre difficile, perché non si sa da dove iniziare. Le sollecitazioni sono tante, varie e complesse che confondono per eccesso di stimoli:  partiture e contrappunti, armonie e disarmonie, che conducono su tante vie di pensiero e riflessioni nelle quali é quasi un piacere perdersi. Vagando ed errando, come un flàneur impenitente, afflitto da cafard, sindrome che non lascia tregua. Anche in quest’ultimo libro, “Dance The Love - Una stella a Vico Equense”, la storia si confonde con la letteratura, la storia locale si mischia con la grande storia mondiale, in un mélange, ovvero in un cru di buona e antica casa vinicola bordolese, meglio se vicina allo Chateau d’Yquem, così impregnata di pensieri del grande signore di Montaigne. La storia minima di persone, di villaggi periferici, come la Penisola Sorrentina, con tutta la sua umanità, si intreccia con personaggi (Lenin, Stalin, Regina Elisabetta, Violetta Elvin Savarese), luoghi (Mosca, Londra, Vico Equense), siti mitici (Teatro Bol’šoj, Royal Ballet, La Scala), in un gioco profondamente misterioso, che determina, sorprendentemente, e mai in modo del tutto comprensibile, gli eventi minimi e grandi della vita umana: sempre! Incomprensibili, misteriosi, profondamente misteriosi questi eventi, questi fatti della storia, come ha magistralmente, e con suprema ironia, rappresentato un altro grande russo, Lev Tolstòj, in “Guerra e pace”: grandi strateghi e grandi generali (Napoleone, Kutuzov) durante una battaglia decisiva, sul terreno offuscato dalla nebbia e dalla notte, credono di avere posizioni frontali, invece, sono  realmente  allineati  di  spalle, e la vittoria va a Napoleone, che si comporta strategicamente in armonia con la posizione immaginata. E vieppiù l’opera misteriosa della storia è messa in scena nella gestione di Napoleone nella presa di Mosca, con il relativo incendio, che pregiudica ineluttabilmente la campagna di Russia. Questo per dire, in adesione a Tolstòj, che la storia la fanno sì i grandi uomini, ma solo quando si confondono e uniscono, direi quasi misticamente, al grande Spirito, ovvero al grande mistero del mondo. Tutta questa premessa, per affermare le inevitabili coincidenze o, per dirla con una parola greca, Ananke (la necessità di accadere), che lega e intreccia le sorti di Violetta Elvin con Lenin e la sua morte e santificazione; di Fernando Savarese e della sua famiglia, con la volontà intemerata di Vasilij Vasil’evic Prokhorov di battezzare, con rito cattolico, la neonata Violetta, in quella temperie di sacralità sovietica, del gennaio 1924. Spira così, forse inconsapevolmente, lo spirito e l’irrisione benevola del grande romanziere russo nel libro di Raffaele Lauro. Per restare ancora alle misteriose coincidenze della storia, che dire delle attrazioni fatali per la Terra delle Sirene dei vari Djagilev, Massine, Nureyev e Violetta Elvin, per citare solo i russi della grande storia del balletto? E anche qui, l’autore del libro ci avvia per altri percorsi, per altre storie visibili e invisibili, dove sogno e realtà, storia e mito, luce e abisso si confondono e plasmano destini e vite, che sembrano favole, eppure, a volte, così drammaticamente reali. Una fiaba classica, eterea, diafana e incredibilmente bella quella di Violetta e Fernando Savarese: incredibile e bella perché é una vera fiaba d’amore. L’amore che muove e determina tutto, con una protagonista, Violetta, che interpreta, da inimitabile artista, la pièce teatrale della vita: presenza intima, discreta, leggera, sognante, diafana e trasparente, sul palcoscenico di Vico Equense. Chi mai l’ha potuta vedere o avvicinare, se non nelle ombre notturne o nei mattutini bagni di mare, come una divina ed eterea bellezza, un’ipostasi, o come una Diana, la cui indicibile visione trasforma. E in questa continua rappresentazione scenica della grande étoile, in questa danza della vita e dell’amore, può ritrovarsi una possibile risposta all’incomprensibile scelta di Violetta di abbandonare il balletto. E’ la chiamata ad interpretare (e solo lei, la sua divina figura) l’eterna e continua danza della vita e dell’amore; ad illuminare misteriosamente il tragico quotidiano, compassionevolmente, a lenire il male e la sofferenza, così ineluttabilmente legati all’essere umano. E’ così che, inspiegabilmente, con questi bagliori luminosi di Violetta o di un verso di Virgilio, che attraversano in maniera invisibile la storia quotidiana di tutti noi, riusciamo a recuperare dignità e sopravvivere in questo mondo. Bisogna dire che il professor Lauro ha messo un scena, nell’ultimo capitolo, questa sacra rappresentazione scenica, da grande coreografo della scrittura, ispirato forse dalla compagnia degli artisti russi che ha, con una magia evocatoria, confidenzialmente frequentato nello stendere questa storia - romanzo: il ritorno al Bol’šoj e il librarsi di Violetta novantenne ne “La bella addormentata”. Tutto credibile, tutto possibile, tutto reale (un’artista divina è estranea al tempo): le note di Pëtr Il’ič Čajkovskij e la incorporea leggerezza di Violetta Savarese. Ci destano dal sogno il bacio di Fernando Savarese e i calorosi applausi di Massine, di Nureyev, di Maria Callas, di Margot Fonteyn. “Dance The Love”, il ballo dell’amore, è l’imperativo che il misterioso e inconoscibile Sommo Coreografo detta attraverso il profeta Lauro a Violetta. Ed é una rappresentazione che continua, e forse sempre continuerà, sul mitico palcoscenico della penisola, nonostante abbandoni e fughe di dèi e semidei, come lamentava, già un secolo fa, Norman Douglas. Ma chi ha occhi visionari e mente plagiata dalla sacra storia locale del mito, non può non vedere Rudolf Nureyev, Violetta Elvin Savarese svolazzare leggeri, chagallianamente leggeri, sulle alture del Monte Comune e sulle piccole isole delle sirene, Li Galli, illuminate dalla bianca luce della luna sul mare argenteo. Sì, sono ritornati ad abitare i nostri luoghi codesti dèi e semidei. E questa é una grande speranza, che il sacro eterno possa infondere e pervadere questa nostra materialista e secolarizzata società. Società secolare, materialista e non solo. Sotto l’avvolgente, dominante seduzione del nuovo demiurgo: la tecnica, con la sua silenziosa organizzazione totalitaria. Anche questa è una riflessione stimolata dalla lettura del libro. Lenin – Stalin - Violetta - KGB: Violetta nasce nei giorni in cui muore il grande teorico e precursore dello stato totalitario. Il suo apparato spietato e invadente, efficace e disumano, è perfetto. Il romanzo ne dà la percezione ossessiva in pagine e pagine di comportamenti timorosi e reali paure di essere continuamente spiati dall’onnipresente e onnipotente KGB. Chi non ha visto il terribile film tedesco “La vita degli altri” (sulla STASI della Germania dell’Est); chi non conosce l’ossessiva necessità del controllo totale della persona e sulla persona, dovunque essa sia e operi, del sistema totalitario, sopratutto quello sovietico, impregnato di una cultura spionistica e dell’esigenza di controllo anche fine a se stessa; chi non conosce l’esperienza e l’alta funzione esercitata dal prefetto Lauro negli anni al Ministero dell’Interno può trovare anomale, incomprensibili e ridondanti le fobie di Violetta per il KGB. Sono, invece, qualcosa di tremendamente reale, anzi, drammaticamente reale. Ciò costituisce un altro merito del libro, perché ci impone di meditare su questa realtà la quale, dal sistema totalitario sovietico, si è silenziosamente e subliminalmente estesa al mondo intero. Siamo tutti quotidianamente e, spesso piacevolmente, controllati dal nuovo potere della tecnica. Il novello demiurgo ci vuole tutti devoti e adepti. Ed è difficile sfuggirgli. Eppure, sarà necessario che qualche illuminato ci indichi, alla maniera di Aldous Huxley nella postfazione al “Brave new world”, un’educazione critica, capace di renderci eretici e selvaggi in questa nuova “civiltà”. E sia pure impossibile e disperante, ma necessario e indispensabile: “in spem contra spem”. E una via di speranza ce la indica la favola di Violetta Elvin Savarese. La sua danza, la sua arte, la sua umana divinità sono lì a testimoniare di non arrenderci, di non essere schiavi, di continuare a interpretare la danza della vita e dell’amore nel silenzio, nella discrezione, nella luce e nella notte di Mosca o di Londra, di Milano o di Vico Equense. O di tutti i luoghi del mondo. Un grande osanna, dunque, infiniti applausi a Violetta e un vivo e grato sentimento di affetto per il professor Raffaele Lauro, che ha messo in scena questa pièce straordinaria. Grazie!

Raffaele Lauro, Scrittore

Questa è la terza presentazione di “Dance The Love - Una stella a Vico Equense” e devo dire che rappresenta un ulteriore crescendo di emozioni. Da quella serata incantevole, sul sagrato della Chiesa della SS. Annunziata, a Vico Equense, in un tramonto emozionante sul Golfo di Napoli, la standing ovation all’arrivo di Violetta, le considerazioni di Tonino Siniscalchi, di Salvatore Ferraro e la relazione straordinaria di Angela Barba. Le espressioni del sindaco, Andrea Buonocore, e del direttore del Social World Film Festival, Giuseppe Alessio Nuzzo. Quella serata è stata immortalata in un video, che è rintracciabile su Youtube e vi prego di vederlo. Credevamo, allora, di aver collezionato tutte le emozioni possibili. E invece, no. Siamo andati, giovedì sera, a San Martino Valle Caudina, nella solennità di una afollata sala consiliare, che è esplosa in una serie di emozioni, indirizzate a donna Violetta, la quale non è potuta essere presente a San Martino. Lì, una giovane avvocatessa, mia amica, Golda Russo, un professore universitario, Cesare Azan, che ha tenuto una relazione magistrale, la rievocazione che ha fatto il vice capo della Polizia, prefetto Matteo Piantedosi, Gianni Raviele, mitico responsabile della redazione Cultura del TG1, hanno davvero coinvolto tutti. Ma, in questa terza tappa di Sant’Agata, tutti temevano che la sala fosse vuota e, invece, la sala è piena di amici attenti e di persone interessate, che io ringrazio, singolarmente, per la loro presenza. Stasera, la mia sorpresa, non perché non conoscessi la qualità dei relatori, è stata ascoltare relazioni altrettanto stupefacenti. Ringrazio il sindaco, che è sempre cortesemente presente. Ringrazio Giovanna Staiano, la quale si è emozionata a leggere questo libro e lo ha sottolineato più volte. Ringrazio Donato Iaccarino per l’invito, nell’ambito del Premio “Salvatore Di Giacomo”, così come ringrazio Giulio Iaccarino, il quale doveva andar via e ha potuto leggere soltanto il brano conclusivo del romanzo. Giulio riesce a dare una tale forza alle parole che io scrivo, con la sua voce così profonda, così diretta e così straordinaria, da stupirmi. Ringrazio, per la sua efficace semplicità, Livia, la quale è una vera regina, e come tutte le regine riesce, con poche parole, a rendere memorabile un giudizio. Lei ha felicemente parlato di una cassaforte che ho aperto. Ed effettivamente, donna Violetta era una cassaforte chiusa, la quale non aveva mai parlato di sé e, addirittura non voleva alcun estraneo presente alle nostre conversazioni, tranne Riccardo Piroddi, che provvedeva a registrarle. Riccardo, come avete potuto verificare, si è innamorato di donna Violetta, un amore totalmente ricambiato, perché donna Violetta non ha fatto mai un passo senza Riccardo. Quando ha voluto leggere le bozze del libro, con l’intento di correggere quelle parti politiche, quelle in cui parlavo di Lenin e di Stalin, a causa della sua sindrome del KGB, che ancora l’attanaglia, sono stato costretto a inviarle l’ambasciatore Riccardo per chiederle cortesemente, di non toccarle, perché, essendo io un uomo delle istituzioni, un professore di Storia e di Filosofia, non avrei potuto assolutamente omettere quelle parti, che, come è stato più volte sottolineato, rappresentano la sostanza storico-politica del romanzo. Dalla cassaforte di Livia Iaccarino alla danza chagalliana di Nicola Di Martino, col quale mi complimento e al quale sono grato per le espressioni di apprezzamento, “coreografo della scrittura”, usate nel suo intervento. Riccardo Piroddi è il testimone di questa e di altre mie creature narrative. Come avete potuto vedere, Riccardo è una persona straordinariamente sensibile, coltissimo, colui che raccoglie, ogni mattina, alle 8.15, quello che io scrivo nel corso della notte. Io sperimento sulla sua pelle, sulla sua anima, la capacità espressiva dei miei sentimenti nella scrittura. Io ho registrato Riccardo, per telefono, spesso commosso da quanto letto, perché io gli invio delle mail con tutto quello che scrivo durante la notte, dal quale lui, poi, trae un testo più chiaro e leggibile. Quindi, non mi sono meravigliato che lui abbia voluto tirare fuori dal suo magico cappello nientemeno che Friedrich Wilhelm Nietzsche, perché anche la storia di Nietzsche si intreccia con quella della mia protagonista. Donato, i personaggi russi di questo romanzo meriterebbero un altro libro! Ti assicuro che Riccardo non ce la fa più, sta per rinunciare all’incarico, perché lui è dedito alle ricerche storiche, non solo su internet, ma anche nelle biblioteche, perché io voglio che si controlli tutto, in quanto, i miei romanzi sono basati sulla storia, come quelli, facendo le debite differenze, di Alessandro Manzoni. Tutto ciò che io invento, sul piano narrativo, nei dialoghi, ha fondamento e verosimiglianza storica. Permettetemi di ringraziare, stasera, anche mia cognata Marcella, venuta da Lugano, con Raffaello e la fidanzata. Marcella, moglie di mio fratello Nello, anche lui legatissimo a Sant’Agata, a don Alfonso e a Livia Iaccarino. Ho una sorpresa per voi. Uno scrittore non deve mai perdere il contatto con la vita, gli incontri con le persone. Se sa tenere gli occhi e le mente ben aperti riesce a percepire i segnali che gli arrivano dalle onde gravitazionali, perché il cervello riesce a captare queste suggestioni. Torno a Sant’Agata. I miei sensi di gratitudine per questo paese sono altissimi, non solo perché ha ospitato i miei genitori nella loro vecchiaia, in un periodo meraviglioso della loro vita, con tanti amici, i Ravenna, in particolare, ma perché c’è un filo rosso che lega la mia famiglia con quella Alfonso e di Livia. Il filo rosso che è rappresentato, qui, da mia cognata, moglie di mio fratello Nello, scomparso nel 2008, il quale ha costituito, insieme con Alfonso, a livello internazionale, le loro immagini e la loro fama di grande manager dell’accoglienza, mio fratello, e di grande chef, Alfonso. Per cui, conversando due mesi fa, qui a Sant’Agata, con Alfonso, certamente alla presenza, dal cielo, di mio fratello, ho deciso di scrivere un’ultima opera, dedicata a Sant’Agata, che vedrà la luce nel 2017, e si intitolerà “Salvatore Di Giacomo e Sant’Agata sui Due Golfi - Don Salvatore e don Alfonso”.  Don Salvatore, come veniva chiamato, qui, Salvatore di Giacomo, e don Alfonso, come veniva chiamato il fondatore della dinastia alberghiero-gastronomica degli Iaccarino. Un libro distinto in due parti: una prima, che riguarda l’epopea di Sant’Agata, fino agli inizi del ’900, l’incontro tra don Salvatore e don Alfonso, che aveva aperto da poco la Pensione Iaccarino. La seconda parte, invece, si intitolerà “Le peracciole”, il grande giardino-orto, sulla punta della Campanella, affacciato su Capri, di don Alfonso e di Livia, che è il simbolo naturale della loro cucina, del loro lavoro e della loro missione. Questo è un annuncio importante, signor presidente del Premio “Salvatore Di Giacomo”. Io sono stato ad Agerola, dal sindaco, a recuperare documenti, perché Sant’Agata vinse la partita su Agerola, in quanto, Salvatore Di Giacomo soggiornava ad Agerola da anni, insieme col compositore Francesco Cilea e con il drammaturgo Roberto Bracco. Poi venne, per caso, a Sant’Agata, incontrò don Alfonso, si innamorò degli strascinati e della patata al forno con la quaglia dentro, ripiena di erbe selvatiche. Così, dal 1909, fino al 1930, decise di trasferirsi a Sant’Agata per i suoi lunghi soggiorni estivi. La prima parte del libro, sarà l’epopea del fondatore della dinastia Iaccarino, con il passaggio di testimone tra don Alfonso fondatore e il nipotino Alfonso di cinque anni. Quindi, nella seconda parte, “Le peracciole”, il simbolo del successo internazionale di Alfonso, attraverso una conversazione, nel giardino incantato, tra lui e mio fratello Nello, viene celebrata l’amicizia tra i due, un’amicizia straordinaria tra due personalità della Penisola Sorrentina, che si incontrano e si aiutano a vicenda, sullo scenario turistico del mondo. Sarà un romanzo in cui palpita il sentimento dell’amicizia tra don Salvatore e don Alfonso e tra Nello e Alfonso. In conclusione, vi prego di rivolgere ancora un grande applauso a donna Violetta Elvin, una donna di coraggio, una donna d’esempio, una donna d’amore! Grazie, grazie a tutti!

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