VICO EQUENSE (27 LUGLIO 2016) SAGRATO DELLA CHIESA DELLA SANTISSIMA ANNUNZIATA PRESENTAZIONE DELL’ULTIMO ROMANZO DE “LA TRILOGIA SORRENTINA” DI RAFFAELE LAURO “DANCE THE LOVE - UNA STELLA A VICO EQUENSE” RESOCONTO DEGLI INTERVENTI DI ANTONINO SINISCALCHI, ANDREA BUONOCORE, GIUSEPPE ALESSIO NUZZO, SALVATORE FERRARO, ANGELA BARBA, RAFFAELE LAURO E VIOLETTA ELVIN

09-08-2016

(Il resoconto integrale è stato curato da Riccardo Piroddi)

Antonino Siniscalchi, Giornalista

Buonasera, benvenuti alla prima nazionale del romanzo “Dance The Love - Una stella a Vico Equense” di Raffaele Lauro. Il volume conclude “La Trilogia Sorrentina”, sulla scia di “Sorrento The Romance - Il conflitto, nel XVI secolo, tra Cristianesimo e Islam” e “Caruso The Song - Lucio Dalla e Sorrento”. Il romanzo narra la vicenda, umana e artistica, della grande danzatrice russa Violetta Elvin, nata Prokhorova e vedova di Fernando Savarese, ospite d’onore di questa serata. L’evento, non a caso, si tiene sul Sagrato della Chiesa della Santissima Annunziata, antica sede episcopale di Vico Equense. Questa significativa manifestazione culturale, con la scelta di una location unica al mondo, è stata organizzata dalla Città di Vico Equense, nell’ambito del Social World Film Festival - Mostra Internazionale del Cinema Sociale, iniziato domenica scorsa e che si concluderà il 31 luglio 2016. Dopo il saluto del sindaco di Vico Equense, Andrea Buonocore, introdurrà l’evento il direttore artistico del Social World Film Festival, Giuseppe Alessio Nuzzo. Al dibattito interverranno, come relatori, il professor Salvatore Ferraro e la professoressa Angela Barba. Mi corre l’obbligo di giustificare l’avvocato Giuseppe Ferraro, il quale era previsto tra i relatori, ma impegni improvvisi lo hanno trattenuto altrove. Le conclusioni, con un discorso di ringraziamento alla grande artista, ispiratrice dell’opera, e il ricordo del Maestro Zarko Prebil, recentemente scomparso, l’alter ego di Violetta Elvin, che le ha permesso di non interrompere mai il proprio legame col mondo della danza, ovviamente, dell’Autore, Raffaele Lauro. Mi perdonerete se mi soffermo ancora un attimo, in apertura: devo ringraziare il professor Raffaele Lauro per l’onore che mi concede ancora di coordinare la presentazione, in anteprima, del suo nuovo libro, un romanzo che celebra tre grandi temi percorrenti la nostra quotidianità: la vita, l’arte e l’amore. Ho letto e presentato in pubblico anche i precedenti romanzi, ma quest’ultimo, più degli altri, mi ha coinvolto dentro, perché si parla di amore, di amore per l’arte, di amore per una persona, Fernando Savarese, di amore per il proprio paese, di amore per la natura e di amore per la bellezza. Sarà anche l’età, forse sto invecchiando, spero solo all’anagrafe, ma mi sono persino commosso. Trovo la scena finale di questo romanzo, il “sogno” di Violetta Elvin di ritornare a ballare sul palcoscenico del Teatro Bol’šoj, a novantadue anni, meravigliosa, pazzesca e visionaria. Nel corso delle frequenti conversazioni con Raffaele Lauro, telefoniche, whatsapp e email, abbiamo convenuto come l’evento di stasera rappresenti un momento unico e irripetibile, per una serie di fattori. Difficilmente, in futuro, si potranno condensare, in un unico avvenimento, questo luogo evocativo e incantato, un’artista di novantatre anni, una vita per l’arte e per l’amore e la celebrazione di una terra meravigliosa, come Vico Equense, alla quale il professor Lauro dedica questo romanzo, per rinsaldare le radici affettive con i nonni materni. Insomma, questa storia che tocca le corde più intime di ciascuno di noi, racchiude un fascino particolare, celebrando la vita, l’arte e l’amore di una grande artista come Violetta Elvin Savarese. O semplicemente, Violetta, se mi consente, che ho avuto l’onore di conoscere in occasione del Premio “Sorrento nel Mondo 2014”. Voglio leggervi la dedica di Raffaele Lauro a Violetta Elvin, che apre il romanzo: “A Violetta Elvin, artista splendida e donna coraggiosa, che mi ha consentito di riscoprire l’amore per la libertà, l’arte della danza e le straordinarie bellezze naturali di Vico Equense, terra di origine dei miei nonni materni, meravigliosa e incomparabile”. Grazie e buona serata!

 

Andrea Buonocore, Sindaco di Vico Equense

Si dice che noi politici parliamo troppo e diciamo troppe cose. Questa sera dovremmo far parlare il silenzio, sospendere, per un attimo, ogni tipo di attività, stare comodi su queste sedie e contemplare il posto, che parla più di ogni intervento e di ogni saluto. Quando il sindaco gira il territorio, spesso e volentieri, è fermato da tante persone, che inoltrano richieste di aiuto, oppure viene invitato a riflettere e a trovare soluzioni a tante problematiche. Invece, in questo momento, si viene qui e ci si viene a caricare di quella forza, di quell’impegno e di quella simpatia che fa dire orgogliosamente, sono il sindaco di Vico Equense, perché sono il sindaco anche di questo luogo, unico nel proprio genere. Penso che questo luogo dica tutto da solo, senza alcun intervento. Un posto dove cielo e terra si baciano, dove una cattedrale stupenda domina e si fa notare dappertutto. Una immagine, che, a volte, è diventata anche l’immagine della stessa Napoli. Quando c’è un convegno, un incontro che tratta di Napoli, spesso si utilizza questa nostra immagine. Tutto ciò ci fa onore e di questo dobbiamo essere orgogliosi, ma anche sentire il peso del fatto che questi luoghi ci appartengono, per cui vanno tutelati e rispettati. Ecco, noi stasera elogiamo una grande donna, la quale soltanto il caso, la fortuna, ha fatto abitare qui a Vico. E non è un accidente che si è innamorata di Vico, guardando questo luogo. Una location particolare anche per questo, perché, come diceva il senatore Lauro nel nostro incontro al Comune, questo è il posto che Violetta vede dalla sua stanza e penso che ciò abbia contribuito, in modo determinante, all’amore per Vico, quell’amore di cui solo lei è stata capace, amando, attraverso un uomo e un luogo, un’intera comunità. Bisogna essere grati a questa donna che ha parlato, ha vissuto e ha testimoniato Vico Equense, in Italia e nel mondo. Il mio saluto è questo: siamo fieri e orgogliosi di ospitare in questo luogo un appuntamento così importante, nell’ambito di una manifestazione altrettanto importante: il Social World Film Festival, kermesse internazionale che stiamo vivendo in questi giorni. Il mio augurio è di trascorre un’ora di serenità, in questo luogo meraviglioso, e di portarne il ricordo nel cuore, per sempre. Grazie.

 

Giuseppe Alessio Nuzzo, Direttore del Social World Film Festival

Buona sera a tutti. Benvenuti. Siamo a metà del percorso della VI Edizione del Festival Internazionale del Cinema Sociale che, da due anni, è diventato la Mostra Internazionale del Cinema Sociale, con l’inaugurazione del Museo del Cinema. Per chi non lo sapesse o per chi non è di Vico Equense, nei locali dell’Antico Palazzo Municipale ci sono due sale dedicate alla storia del cinema di Vico Equense. 100 film girati in cento anni. Film con Sophia Loren, Marcello Mastroianni. Un tributo ad un territorio che di cinema ne ha tanto. Ma il Social World Film Festival non è soltanto cinema. Lo diciamo sempre. E’ un’esperienza culturale, facciamo formazione con i giovani, attività internazionali in tutto il mondo, ci occupiamo di arte. Se qualcuno ha visto le vetrine dei negozi della città, le strade, le piazze, ci sono esposte opere artistiche, dedicate al cinema. Abbiamo voluto dare l’opportunità a giovani artisti di esporre le loro opere sul tema cinematografico, il tema del Social World Film Festival. Il Social World Film Festival è anche arte in generale e stasera abbiamo voluto dedicare una manifestazione, in questa meravigliosa location, all’arte della danza e all’arte dell’editoria. Quando Raffaele Lauro mi ha chiamato, ho accettato subito l’idea di presentare qui, al Social World Film Festival, questo tributo, non solo a una donna speciale, a una donna particolare, donna Violetta, ma, soprattutto, a Vico Equense. Voglio rendervi partecipi di questo libro, che Raffaele mi ha inviato qualche giorno fa per leggerlo. Sono rimasto enormemente sorpreso delle parole, non solo da una storia particolarmente incisiva ed emozionante. Questa storia si inserisce in un contesto geografico, quello di Vico Equense, che è a dir poco toccante, nonostante la parola sia riduttiva per esprimere le emozioni che si provano nel leggere le pagine di Lauro. Vi voglio regalare qualche brano di questo testo, per immergerci nel libro, nel tema che, poi, verrà ampiamente sviscerato dai relatori: “Quella sera di inizio novembre, a Vico Equense, soffiava una frizzante brezza di terra, dolce, tiepida, quasi eccitante, che stava chiudendo una giornata eccezionalmente calda, piena di sole, luminosa, tersa, densa di colori, quasi trattarsi di un’incipiente primavera, piuttosto che l’epilogo della stagione autunnale. Un autunno, quell’anno, senza piogge, tanto da destare legittime preoccupazioni nelle famiglie contadine, delle vere ambasce, che diventavano oggetto di animate discussioni tra i tavolini dei bar di piazza Umberto I. A metà strada, tra la montagna e le spiagge, si affermava, poi, il piano, nel quale trionfava il cuore pulsante della vita cittadina, il centro urbano, che inclinava verso l’orlo estremo della costa alta, con gli imponenti palazzi signorili e i conventi, a precipizio sul mare, dirimpettai del Vesuvio, che sembravano sfidare le leggi della statica, fino a quel suggello stupefacente della Chiesa della Santissima Annunziata, autentico miracolo costruttivo, incastonato, come una gemma preziosa, nella roccia calcarea, divenuto il simbolo supremo della religiosità dei Vicani e il locus sacer della memoria collettiva. La chiesa, definita uno scrigno di arte sacra, immersa in un contesto paesaggistico irripetibile, rappresentava, per i Vicani, una lauda creaturarum al Signore, come quella del ‘Cantico’ del poverello di Assisi, in quanto il tempio era stato legato a tutte le vicende più importanti di Vico Equense, fin dal XII secolo”. Devo confessare che, a causa di questa introduzione così poetica sul luogo dove siamo oggi, non potevo immaginare di realizzare questo evento che qui. Per questo, ho voluto leggervi l’incipit del romanzo, proprio per raccontarvi di persona questo tributo alla città di Vico Equense. Grazie e buona serata.

 

Salvatore Ferraro, Accademico Pontaniano

Buona sera. Mi dispiace solo che non sia ancora arrivata la carissima Violetta Elvin, con la quale colloquio da circa sessant’anni. Questo è un luogo carismatico per noi Vicani. Qui abbiamo vissuto, siamo stati con tanti amici, con don Mario Buonocore, e, nella chiesa, abbiamo celebrato tante funzioni. È un luogo a me caro, perché l’ho vissuto quasi ogni giorno, per circa ottant’anni. E’ un luogo prestigioso, lo ricordava già prima Nuzzo, citando una delle pagine più belle di Raffaele Lauro. Ci troviamo, quindi, in un luogo affascinate, non per niente un pittore russo, conterraneo di Violetta Elvin, l’ha reso famoso in tutto il mondo. Quel pittore si chiamava Sil’vestr Ščedrin, morto a Sorrento, il quale, duecento anni fa, dipinse varie volte questa cattedrale, ormai diventata il logo di Vico Equense, come ricordava anche il sindaco. “Dance The Love - Una stella a Vico Equense”, un libro eccezionale questo di Raffaele Lauro, la terza opera de “La Trilogia Sorrentina”. Ma Raffaele ne ha scritte tante di opere. E’ un’opera a lungo meditata. Io e l’amico Riccardo Piroddi siamo stati coinvolti in questa operazione da Raffaele e, per questo, lo ringraziamo. Abbiamo fornito notizie, abbiamo dato spunti, abbiamo ricordato tutte le vicende di questo paese, perché il libro è, sì, dedicato a Violetta Elvin, ma è anche un romanzo dedicato alla città di Vico Equense, perché è la terra degli antenati di Raffaele, i quali qui nacquero e da qui partì sua madre Angela, a noi tanto cara, viva nel nostro ricordo, procedendo verso Sorrento, Sant’Agnello, Sant’Agata e, poi, Roma. È un romanzo dedicato alla ancora oggi affascinate ballerina russa Violetta Prokhorova e, poi, come vi spiegherò, oggi ricordata come Violetta Elvin, in quanto, quando abbandonò la Russia per andare in Inghilterra, il suo nome era un po’ complicato da pronunciare per gli inglesi, che la convinsero a chiamarsi Elvin. Noi siamo grati a questa donna, che è venuta qui sessanta anni fa, ha scelto questa terra, anche se per caso. La Tyche greca, a voi ben nota, ha agito in questa scelta. Violetta conosceva bene l’Italia, era nata, come abbiamo detto, novantatre anni fa, a Mosca, ha vissuto lì per una ventina di anni, poi, è andata in Inghilterra, per una decina di anni e, infine, è giunta nella nostra Vico Equense. Con ritardo, e di questo non voglio incolpare nessuno, Vico Equense rende onore a questa donna, ma, soprattutto, alla magia narrativa di Raffaele Lauro, grazie al quale tributiamo un significativo omaggio a lei, con questo bel romanzo, che sarà, poi, presentato in altre località d’Italia e, successivamente, anche all’estero. Un omaggio tardivo, ma solenne e sentito. Noi stiamo aspettando l’arrivo di donna Violetta, la quale ha i suoi ritmi, rimasti quelli del suo tempo di artista. Ha le uscite in determinate ore del giorno. Procede per la città in silenzio e nessuno immagina cosa ci sia dietro questi novantatre anni: una storia ricchissima, che Raffaele Lauro ha narrato, anche se non ha potuto narrare tutto, perché, ovviamente, alcuni eventi avevano natura privata, legati alle vicende dell’Unione Sovietica. Il periodo, infatti, più difficile per Violetta, è stato quello dei primi vent’anni della sua vita, coincidenti con parte del regime stalinista. Ad ogni modo, nel libro, lei dichiara di essere grata anche a Stalin, il quale le diede il permesso di espatriare, dopo aver sposato, in prime nozze, un addetto dell’ambasciata britannica a Mosca. Sorridendo, ha, poi, raccontato di aver ballato sulla testa di Stalin, in quanto, sia Hitler che il dittatore russo si nascondevano in bunker sotterranei, privi di luce, costruiti sotto i teatri d’opera. Violetta ha istaurato, per tanti anni, con noi Vicani, un legame interiore profondo, un legame di passione, di luce. Ha dovuto, ovviamente, fare tante rinunce, ma l’amore per questa terra, per il marito Fernando, che noi ricordiamo con affetto, è stato intenso, sbocciato per caso. Lei ricorda la prima volta che venne a Vico Equense, un paese che si riprendeva dalla guerra. Era giunta qui per una breve vacanza, per riposarsi dalle tournèe, e sostò all’Hôtel Aequa. Dopo questa prima venuta a Vico Equense, Fernando Savarese, con il suo charme e la sua amabilità, riuscì a catturare questa donna e il loro legame fu duraturo, mai interrotto e giammai rinnegato. Una vita vissuta e poco conosciuta a Vico Equense, senza clamore, con atteggiamento quasi claustrale, discreto, nella propria dimensione familiare, con la sensibilità di una grande ballerina, protagonista della danza mondiale, che ha girato tutto il mondo, ha conosciuto molto bene l’Italia, ha vissuto le luci della ribalta, gli applausi, poi, si è ritirata e Vico, in una terra straniera che, comunque, l’ha protetta e rispettata con discrezione. Violetta Prokhorova rimase subito affascinata da questi luoghi, i quali, allora, erano forse più belli di oggi. Vico Equense era ricca, piena di turisti, una Vico che io ricordo con piacere. Sono passati gli anni, qualcosa si è perduto, il paesaggio è sempre bello, anche se ha subito delle ferite. Violetta si è innamorata dei nostri luoghi, della Marina d’Aequa, delle borgate, dei casali. Gli incontri con lei, per me, sono sconvolgenti, perché è capace di riflessioni eccezionali, acute e aggiornate, e questo dimostra una sua capacità mentale notevole, un vero pregio. Raffaele Lauro, in circa quattro incontri, tenuti eccezionalmente a Palazzo Savarese, ha costatato bene la ricchezza della sua vita, una vita intensa, tra Mosca e Londra, e, poi, una vita silenziosa, appartata, preservata, schiva, qui a Vico Equense, dove tutti la conoscono e la indicano quando passa per strada, rimanendo sorpresi del suo portamento, della sua grazia e della sua amabilità. Chi leggerà questo romanzo rintraccerà le complesse vicende storiche e umane che le hanno permesso di viaggiare per tutta Europa, fino all’approdo a Vico Equense. Questa terra Violetta già la conosceva, sia perché suo padre le aveva raccontato varie cose italiane, sia perché lei, in Italia, durante le tournèe, aveva visitato musei, gallerie e, quindi, conosceva bene la pittura italiana, la grande pittura fiorentina, umbra e romana. Non avrebbe mai pensato, comunque, che sarebbe venuta  a vivere proprio qui. Lei che aveva incontrato, a Londra, il grande coreografo Massine, ritrovandolo, poi, qui, sulle isole Li Galli. In una pagina del romanzo ha detto delle cose molto belle: la Russia è stata la patria della sua nascita, dell’infanzia, della giovinezza, della formazione professionale al Teatro Bol’šoj. L’Inghilterra è stata la patria della sua maturità artistica, dei successi, dei trionfi, degli incontri con grandi coreografi, con grandissimi ballerini. L’Italia, infine, è stata la patria del suo vero amore, della sua lunga vita, della sua vicenda di donna, di moglie e di madre, vissuta nell’intimità familiare, nella serenità, nella discrezione e nella sobrietà. Violetta ha avuto tre passaporti: russo, inglese e italiano. Alla domanda posta di quale nazione si sentisse maggiormente cittadina, ha sempre risposto di sentirsi cittadina del mondo, perché la danza è un’arte eccezionale, che trasforma gli artisti in cittadini del mondo. Lei è vissuta in un’epoca di grandi ballerini, il libro è pieno di notizie sui danzatori, sui coreografi, sui maestri di ballo, sui musicisti, sui compositori, sugli scenografi, non per niente c’è un indice corposo di sessanta pagine, dove ognuno può rintracciare tantissime informazioni sulla storia del balletto mondiale. Come era già avvenuto per agli altri romanzi de “La Trilogia Sorrentina”, “Sorrento The Romance - Il conflitto, nel XVI secolo, tra Cristianesimo e Islam” e “Caruso The Song - Lucio Dalla e Sorrento”, anche questo è il risultato di una lunga meditazione, di una puntuale ricerca e di approfondite indagini storiche. Io e Riccardo Piroddi siamo stati coinvolti, abbiamo lavorato con tutta la moderna tecnologia, fax, email, fotocopie, in modo che la documentazione fosse quanto più ampia possibile. Poi, le interviste live a donna Violetta sono state affascinanti e hanno permesso all’Autore di cogliere tanti eventi sconosciuti e mai rivelati alla stampa. Vorrei ricordare un personaggio che mi ha tanto colpito: nella sua vita, Violetta è stata molto legata al padre Vasilij, di cui il figlio Antonio Vasilij porta il secondo nome. Un personaggio che mi ha incuriosito. Aveva sposato la madre di Violetta, molto più giovane, era stato orfano ed era stato cresciuto dagli zii. Ingegnere, inventore, anche automobilista, pilotava gli aerei, pilotò un aereo da Parigi a Mosca, era cacciatore, suonava il pianoforte, giocava a scacchi. Un uomo geniale e creativo. E’ chiaro che il padre le ha trasmesso molto. Vedo caratteristiche in lei che appartenevano a suo padre, qualità che, poi, ha sviluppato e ampliato. Non beveva alcol, era ortodosso, la fece battezzare di nascosto, da un prete cattolico, sfidando il regime sovietico. Ma la cosa più importante è che suo padre le trasmise, fin da piccola, l’amore per l’arte e per la danza, portandola, spesso, al Teatro Bol’šoj. Un uomo eccezionale, ripeto. Anche della madre Irena, ricordo con piacere la venuta in Italia e il dialogo con la figlia su dove mai fosse capitata, in quanto non era riuscita a trovare Vico Equense sulle carte geografiche russe. Fernando e Antonio la accolsero a Vico e anche lei ne rimase affascinata. Una famiglia interessante, vicende storiche molto affascinanti. Tutto questo è il romanzo di Raffaele Lauro. Grazie.

(Nel corso dell’intervento del professor Ferraro, arriva Violetta Elvin, accompagnata dal figlio Antonio Vasilij Savarese, salutata da una standing ovation delle autorità e del numeroso pubblico presente)

 

Angela Barba, Docente di Materie Letterarie

Innanzi tutto, il mio saluto ai presenti e a tutti voi che siete intervenuti, dal direttore del Social World Film Festival, Giuseppe Alessio Nuzzo, al sindaco Andrea Buonocore, a cui mi lega un rapporto di antica amicizia, a donna Violetta Elvin, la stella brillante, scintillante di questa serata, arrivata tra noi, e a Raffaele Lauro, il quale ogni volta mi propone di parlare delle cose che amo, dei libri, della letteratura e, quindi, accetto sempre con grande gioia queste sfide che mi lancia. Dunque, le riflessioni su questo romanzo avvincente, appassionante, a tratti anche commovente, a partire dal titolo, che contiene due parole chiave, importanti, significative: la danza e l’amore. I due poli tematici dell’opera. Un romanzo da inserire ne “La Trilogia Sorrentina”. Un romanzo che chiude la trilogia di Raffaele Lauro, dopo “Sorrento the Romance - Il conflitto, nel XVI secolo, tra Cristianesimo e Islam”, ricostruzione del sacco turco di Sorrento del 13 giugno 1558, e il successivo, “Caruso The Song - Lucio Dalla e Sorrento”, dedicato al legame cinquantennale di Lucio Dalla con Sorrento. “Dance The Love - Una stella a Vico Equense”, un titolo complesso, che si può interpretare in tanti modi, perché queste due parole sono legate l’una all’altra, implicano l’una l’altra: la danza che genera l’amore, l’amore che è espressione della danza. Sicuramente, c’è una simbologia ricorrente nella narrativa di Raffaele Lauro ed è quella dell’Universo Amore. Ne abbiamo più volte discusso insieme, così come quella dell’Eros e del Thanatos, le due facce della stessa medaglia, l’amore e la morte, l’arte e la vita, il tempo, come limite, nel suo rapporto con la dimensione dell’eternità. Altro nucleo tematico è quello legato alla centralità della figura femminile, l’archetipo femminile, che nei romanzi di Raffaele è sempre presente. La donna madre, figlia, sposa, sorella, madonna, la donna a cui Raffaele attribuisce una funzione salvifica, soteriologica. Una donna che salva il mondo, che è sempre creatura feconda, che genera e che dà la vita. Un tema che io apprezzo molto in questa trilogia di Raffaele, l’amore per la donna, la sua capacità di raccontare le donne, di tracciare una storia delle donne. Un’altra costante dei romanzi di Raffaele, lo diceva bene il professor Ferraro, è l’intreccio tra microstoria e macrostoria. La vicenda di Violetta Elvin, che copre il secolo breve e si proietta nel XXI, è locata in un contesto storico, politico e ideologico, che viene ricostruito con scrupolo, con rigore documentario. Il genere stesso è, di per sé, un ibrido, una biografia, una biografia romanzata, che presenta i tratti del romanzo storico, con inserti lirici, come il finale straordinario del sogno, anch’essi una caratteristica dei romanzi di Raffaele. L’Autore racconta i tre tempi della vita di donna Violetta: il tempo russo, moscovita, quello inglese e quello italiano e vicano, con una dovizia di episodi, di cui rimando a voi lettori, perché è una scoperta continua di vicende, di incontri, a partire dagli anni moscoviti, gli anni di Via Arbat, dei genitori straordinari, la madre Irena, l’eclettico padre aviatore, inventore, appassionato di arte rinascimentale, che impregna sua figlia di questa passione che lei porterà sempre con sé. La ricostruzione del background culturale di Violetta, negli anni durissimi della formazione alla scuola del Teatro Bol’šoj, l’incontro fondamentale, a Mosca, con il primo marito Harold Elvin e il viaggio verso la libertà, un viaggio segnato da incontri insospettabili. Mi ha colpito l’episodio della partita a scacchi con il compositore Šostakovič, la conversazione, a Helsinki, con l’architetto Aalto, sul tema del genio creatore di Leonardo e, ancora, per quanto riguarda gli anni del Royal Ballet, a Londra, gli incontri con i grandi protagonisti della danza mondiale, a partire da Ninette de Valois, la mentore di Violetta, Margot Fonteyn e tutta la vicenda della presunta rivalità, inventata dalla stampa, Sir Frederick Ashton, il quale svolge una funzione fondamentale, Léonide Massine, che Violetta rincontrerà nella bellissima costiera amalfitana. E, poi, l’incontro con Vico Equense, all’inizio degli anni Cinquanta, e con Fernando. Lì comincia la vicenda che porterà Violetta ad operare quella che, nel romanzo, viene definita la scelta per amore, che apre e inaugura il terzo tempo della sua vita. Il tempo della discrezione, del silenzio, della presenza elegante, che ha segnato i nostri luoghi e che arriva fino ai nostri giorni. Vi esorto a leggere questo romanzo perché le vicende narratevi ci fanno capire la grandezza straordinaria di questa storia, una vicenda che ha un valore paradigmatico, esemplare. La chiusura del libro, poi, è legata al tema letterario del sogno, un momento in cui il passato si salda con il presente. L’antico sogno di Violetta di tornare a calcare il palcoscenico del Teatro Bol’šoj per danzare “La bella addormentata”, si ripropone in una notte magica, incantata, in un notturno lunare che è quello che tra un po’ ci avvolgerà e ci sorprenderà. Rapidissimamente, condivido con voi degli spunti che mi hanno particolarmente commossa e toccata, utilizzando proprio le citazioni del romanzo. In un punto, si parla di una conversazione tra Violetta e il partner Ugo Dell’Ara, al Teatro alla Scala, agli inizi degli anni Cinquanta, sulla filosofia della danza. Credo questa sia una chiave di lettura del romanzo importante, perché la danza viene definita offerta di sé, fonte di energia, forza vitale del proprio corpo, da esprimere sempre, senza abbassamenti di tensione, nelle prove, nella prima, nelle repliche e, finanche, nella vita. Questa filosofia della danza ha segnato, improntato l’intera esistenza di Violetta Elvin. Mi ha colpita anche il tema dell’amore, l’amore per la danza, rimando sempre al titolo. Quando il sentimento reciproco tra Violetta e Fernando, a Londra, comincia a svelarsi e a farsi strada, come si legge nel romanzo, “quell’amore era pronto a fare scelte radicali, prima di allora neppure immaginate, come rinunziare persino al successo, agli applausi, alla fama, all’arte, nel convincimento che una bella storia d’amore rappresentasse, essa stessa, per chi la vive, un’opera d’arte”. Quell’amore, ancora Raffaele scrive a proposito dell’amore tra Violetta e Fernando, fu un atto di follia creatrice. Una definizione bellissima, in quanto l’Autore riconosce questo sentimento come complesso e necessario nella vita di ognuno di noi. Una follia creatrice, che fu premiata. In un altro colloquio, tra Violetta e Sir Ashton, ospite a Vico, il coreografo inglese, affermando che Violetta avesse lasciato un grande amore, quello per la danza, per un amore ancora più grande, quello della vita, dice, e penso che queste parole dovremmo portarle con noi: “La felicità è come un treno che passa. Se non sali in tempo perché sei distratto o pensi ad altro, il treno non torna più. Tu, Violetta, sei salita su quel treno della felicità in tempo, a differenza di tanti altri, di tutti noi”. Riconosce a Violetta questo tempismo, questa capacità di operare una scelta e di farlo con grande coraggio e con grande consapevolezza, senza rammarico. L’altro vero protagonista di questo romanzo è Vico Equense e da vicana mi sono ritrovata in queste pagine, dedicate alla nostra terra, riconoscendo il genius loci vicano, la malia dei nostri luoghi, che il sindaco metteva bene in evidenza, quella patria del vero amore di Violetta, della lunga vita, della vicenda di donna, di moglie e di madre, vissuta nell’intimità familiare, nella serenità, nella discrezione, su cui dovremmo riflettere in un epoca in cui la volgarità, le urla, l’esibizione, l’ostentazione e il protagonismo narcisistico la fanno da padrone. Si deve vivere con stile. Lauro fa dire a Violetta che si può morire con stile. Questa è una sentenza sulla quale meditare. Lo stile, con tutto quello che questo concetto implica. Dicevo, la penisola, la sua malia, il fascino dei nostri luoghi. Ci sono descrizioni paesaggistiche su cui l’Autore indugia, che accarezza con lo sguardo di chi ama. Mi ha colpito molto quello che la madre Irena dice a Violetta nella prima visita in Italia: “Certo, tra la libertà, l’amore e la bellezza tu non hai dovuto scegliere, perché hai trovato tutto insieme”. La danza e l’amore, questi due poli tematici sui quali stiamo incentrando questa nostra conversazione. La danza è arte e l’arte è una componente fondamentale nella vicenda umana e artistica di Violetta. Sempre in questo dialogo madre-figlia, che ho trovato uno dei momenti più emozionanti del romanzo: Irena chiede alla figlia se i suoi occhi sarebbero stati in grado di reggere a tanta meraviglia, a tanta abbacinante bellezza. Violetta risponde: “Non mi è dato sapere, né mi interessa sapere. La mia parabola è stata intensa, quando ho dedicato la vita all’arte e all’amore”. A valori assoluti, quindi, atemporali. Il fattore tempo perde il suo profilo condizionante, il suo tratto nemico. Chi vive d’arte e di amore è come Tosca, vive già nell’eterno. Questo è un altro passaggio bellissimo, un altro filo rosso del romanzo: l’arte di vincere il tempo limite per superare quella cesura che è data dalla morte. Violetta, una musa cosmopolita, che ha affascinato il nostro autore, innescando la sua capacità affabulatoria. Violetta come sintesi di danza, di arte, di amore e di bellezza. Violetta come ponte, pontifex. Questa è un’altra immagine utilizzata nel romanzo. Questo ponte tra le culture, questo dialogo interculturale, che Lauro ricerca costantemente nelle sue opere. Nella bellissima conversazione telefonica tra Violetta e Zarko Prebil, in occasione del novantesimo compleanno di Violetta, viene utilizzata proprio questa immagine, perché Zarko dice: “Il bilancio della tua vita si può sintetizzare in due parole, danza e amore”, insistendo su questa diade. “Tutta la tua vita è stata ed è un messaggio di amore, di tolleranza, di dialogo tra culture, tra mondi diversi. Sei stata una messaggera d’amore, sei stata un ponte, e la bellezza della tua storia è che all’amore per la danza hai sostituito l’amore per la bellezza della natura e per un uomo, il tuo Fernando. Un amore perfetto, che non avevi mai raggiunto e che inseguivi sempre, e la bellezza di questa storia è tutta in questa scelta. E’ vero che lasciasti un’arte che amavi tanto ma, dall’altro lato, amavi e rispettavi un uomo che ti ricambiava totalmente. Amare sinceramente una persona, senza fare compromessi, senza dover inseguire il tempo da condividere insieme, può diventare un’opera d’arte. Ci vuole coraggio e non tutti abbiamo avuto questo coraggio”. Il tema della storia d’amore come esperienza che fa scaturire una fortissima energia creatrice. Mi soffermo rapidamente sullo stile. In una discussione avuta con Raffaele qualche giorno fa, mettevo in evidenza come il suo sia, per me, uno stile multisensoriale, che stimola tutti i sensi, tattile, olfattivo, acustico. Che sia un abito, il Balmain, o le note di Arpège di Lanvin o la serica freschezza di una sciarpa rossa di seta o l’olezzo delle rose bianche, che Violetta Elvin ama moltissimo, o dei frutti freschi, imbanditi nel pranzo a Palazzo Savarese, in occasione della prima visita di Violetta alla famiglia di Fernando, o che sia l’immagine del mare, illuminato dal sole, o di un tramonto a mare o di una notte, che Violetta può contemplare dal terrazzo di Palazzo Savarese, o il rumore delle onde, che si infrangono sulla battigia de Le Axidie. C’è una scena bellissima della danza leggera di Violetta, naiade marina, sulla sabbia de Le Axidie, quando Fernando la vede, la scorge, per la prima volta, in una sorta di epifania. Oppure il rumore della natura sul Monte Comune, in cui, in una sorta di estasi panica, Violetta ha una premonizione, un’intuizione della vita che l’attende. La capacità dell’Autore di saper descrivere e di saper ricreare, attraverso la parola, questi luoghi. Componente fondamentale della sua scrittura, quindi, è sempre la capacità tattile di evocare situazioni, paesaggi, luoghi. Questo è un romanzo a passo di danza, “Dance The Love”, realizzato da Raffaele e Violetta, utilizzando due linguaggi artistici, diversi, pur nell’alveo comune dell’arte, un pas de deux, volteggiando entrambi. Isadora Duncan diceva che la danza è movimento dell’Universo, condensato in un individuo. Violetta ha incarnato questo movimento dell’Universo, incarna ancora questa danza. Io ero bambina e la ricordo emergere dal mare de Le Axidie, mentre si avvolgeva in quell’accappatoio bianco, una scena impressa nella mia memoria. L’Autore, ancora una volta, ha saputo rendere, attraverso la sua scrittura, il ritmo della vita. Ancora questi due poli: la danza è ritmo, la vita è ritmo, il battito del cuore è ritmo vitale. Tutta l’opera di Raffaele Lauro e questo romanzo in particolare, sintetizzano come una laus vitae, come una lode alla vita, un respiro di vita, soprattutto se resa feconda dalla bellezza, dalla cultura, dall’arte e dall’amore. E’ un cerchio perfetto, penso a “La danza” di Matisse, in cui tutto si armonizza, un cosmos armonico, in cui il tempo limite è la morte, temi che Lauro affronta, costantemente, nelle sue opere e che non hanno mai il sopravvento sulla componente vitale e solare. Universo Amore, per l’appunto. Grazie ancora.

Raffaele Lauro, Scrittore

Se avessi dovuto scegliere un luogo per presentare questo terzo romanzo della mia trilogia sorrentina, come hanno ricordato i relatori, atto d’amore verso la mia terra d’origine, non avrei potuto scegliere altro. Eppure, di luoghi incantati, da Sorrento a Massa Lubrense, lungo la costiera amalfitana, fino a Capri, credo ce ne siano tanti. Questo luogo, però, che io definisco il luogo sacro della memoria dei Vicani, sia dal punto di vista civile che dal punto di vista religioso, è il più rappresentativo per celebrare, non solo una donna straordinaria, ma anche una terra straordinaria, una terra meravigliosa. Se avessi dovuto scegliere una donna rappresentativa del mio archetipo femminile, il quale, come ha ben ricordato Angela Barba, domina tutta la mia opera narrativa - come ho sempre affermato, senza volere strappare gli applausi delle donne, considero la donna l’unica strada per la salvezza del mondo - non avrei potuto scegliere che donna Violetta. Ho avuto il privilegio, l’onore di incontrarla. Ha condotto una vita riservatissima e mi ha permesso, attraverso delle conversazioni, di conoscere il suo universo mondo. Ecco perché, la dedica a lei, che è stata citata, non è una dedica formale, è una dedica di sostanza, perché donna Violetta, effettivamente, mi ha fatto scoprire l’amore per la libertà. Tutta la sua vita è un inno alla libertà e non soltanto perché lasciò l’Unione Sovietica, il regime stalinista, e arrivò  nell’Inghilterra del dopoguerra, governata, dopo Churchill, dai laburisti. Non soltanto per questo, piuttosto perché nella sua vita di artista, nella sua vita di donna, ha operato scelte di libertà. Angela Barba, nel suo prezioso intervento, ha colto il segno di quello che tentavo di descrivere. La scena su Monte Comune, in cui donna Violetta guarda, dall’alto, lo strapiombo dei Monti Lattari verso la Punta della Campanella, che si immerge, poi, nelle acque e riemerge con l’Isola di Capri, è una scena panica, primordiale. Il cratere dove si è creato il grande vuoto, riempito, poi, d’acqua marina, origine del Golfo di Napoli, è il ventre della madre, è il ventre dell’Alma Mater. Quella visione di donna Violetta l’ho immaginata, pur interpretando il suo amore per la natura, non come un estetismo decadente, non come paesaggismo, ma come consapevolezza di ciò che la natura ci dà e che della natura va rispettato. Quindi, se avessi dovuto scegliere un luogo, stasera, per chiudere la mia trilogia, e una donna che fosse la rappresentanza più alta del mio archetipo femminile, che domina tutta la trilogia, anche “Caruso The Song”, con Lucio Dalla, il suo amore per la madre e il suo legame edipico con ella, non avrei potuto operare scelte diverse. Grazie, donna Violetta! Tutto quello che avrei potuto scrivere, l’ho scritto nel libro. L’amore per la libertà e l’arte della danza, la bellezza e il rigore. Il rigore, in un paese che non ha più rigore, dove i politici non hanno più rigore, i medici non hanno più rigore, gli amministratori non hanno più rigore. La danza, come diceva Massine, un grande coreografo, che le insegnò il rigore e le impose disciplina ferrea, per consentirle di sostituire, in pochi giorni, Margot Fonteyn ammalata, e trionfare, nella prima de “Il cappello a tre punte”, all’Opera House di Covent Garden. Vorrei fermare il tempo, stasera! Il silenzio ci vorrebbe, come auspicava prima il sindaco. Devo ricordare, donna Violetta, i nostri incontri, il suo garbo, la sua delicatezza di offrirmi il the. Devo ricordare il modo con cui mi chiedeva di intervallare le nostre conversazioni, cioè la grazia, la bellezza, a novantatre anni, abbiamo il coraggio di dirla questa età! Una donna straordinaria, la quale, quando salivo le scale di Palazzo Savarese, quasi sospinto da Riccardo, perché quelle scale sono molto erte, non per lei ma per me, lei, dal ballatoio più alto, mi raccomandava: “Senatore, vada piano!”. Una scena da film. Quasi comica. La signora ultranovantenne che dall’alto mi invitava a salire piano per non affaticarmi! E’ stata richiamata da Siniscalchi la mia dedica: l’amore per la libertà, l’amore per la danza e l’amore per la vita. Ma anche l’amore per Vico Equense, ricordato dal professor Ferraro. Lei stessa mi ha dato la chiave di lettura del romanzo, quando mi ha detto: “Nel 1951, sono arrivata qui e sono rimasta stupita dal fatto che, in uno spazio così limitato, ci fosse tutto ciò che la natura può produrre di bello e meraviglioso. Una montagna alta, con una vegetazione straordinaria, delle colline, dei borghi stupendi, un piano, questi palazzi, che sembrano arrivare fino all’orlo della costa, questa cattedrale, che li ferma e non li fa precipitare, questa costa, che pare una cattedrale gotica, questo mare, questi tramonti. In tante parti del mondo ho visto spettacoli naturali di grande bellezza, ma tanti elementi, così complessi, racchiusi in uno spazio limitato, non li ho mai visti!”. Lo dico a voi Vicani, seguendo l’esempio di donna Violetta: amate la vostra terra, difendetela e proteggetela, perché questa è l’unica ricchezza che potete ancora tutelare. Chiudo, per dare di nuovo la parola al sindaco, dicendo che l’altra notte navigavo su internet e ho trovato, su un quotidiano nazionale on-line, le immagini della partenza dell’imperatore del Giappone Akihito e dell’imperatrice Michiko, verso la loro residenza estiva nel nord del Paese, su quello che viene definito il bullet train, il treno proiettile. La tenerezza di quelle scene rivela qualcosa di incredibile: i dignitari impettiti, l’imperatore affabile, considerato un dio in terra, e l’imperatrice, accanto all’imperatore, simbolo di una semplicità assoluta. Io adoro l’imperatrice del Giappone e io ho visto in lei, nei gesti di Michiko, i gesti donna Violetta. Ho pensato: Michiko è donna Violetta! C’è, tra l’altro, un legame con l’imperatrice. Anche lei ha studiato a Firenze, anche lei conosce il Rinascimento, come lo ha conosciuto donna Violetta, attraverso le rappresentazioni che il padre Vasilij le sottoponeva. Voglio soltanto dire, poiché lo avevo promesso e desidero farlo, anche se sfioro una sfera affettiva delicatissima della vita di donna Violetta. Tutti hanno parlato di Fernando, della famiglia Savarese, una delle grandi famiglie dalla Penisola Sorrentina. Ebbene, io voglio ricordare un amico carissimo di donna Violetta, scomparso solo un mese fa. Questa sera sarebbe dovuto essere qui per presentare il mio libro: Zarko Prebil, grande ballerino, che ha studiato al Teatro Bol’šoj, poi, è diventato primo ballerino in parecchi teatri, étoile e coreografo, ha preparato decine di giovani danzatori. Zarko Prebil è stato il filo conduttore che ha consentito a donna Violetta di rimanere a Vico, di ritornare, quando voleva, a Londra, e di non perdere mai il suo legame col mondo della danza, perché Zarko Prebil era il suo informatore, colui il quale le riferiva le novità, le raccontava degli ultimi artisti. La loro amicizia è stata anche un modo per donna Violetta per dare continuità, non solo all’amore ma anche alla danza come amore. Grazie a tutti.

Andrea Buonocore, Sindaco di Vico Equense

A nome mio e dell’Amministrazione Comunale di Vico Equense, che presiedo, della città che rappresento, dono questa targa a donna Violetta. In essa sono racchiusi i sentimenti di stima e di affetto che la città, oggi, attraverso il libro del senatore Lauro, le tributa, perché lei ha reso grande, ha contribuito a rendere grande la nostra città. Lei, oggi, vive una vita discreta, silenziosa, una vita ritirata e non rifugiata, come diceva il senatore. Noi le auguriamo lunga vita, le auguriamo tutto il bene, le auguriamo di poter arricchire ancora, con la sua presenza, la nostra città. Voglia gradire, donna Violetta, questa targa, a nome mio e del direttore del Social World Film Festival, nell’ambito del quale, a pieno titolo, questa manifestazione rientra. Voglia riconoscere, in questa targa, l’affetto e la stima che ogni cittadino vicano, di ogni tempo e di ogni epoca, rivolge alla sua degna persona: “A Violetta Elvin, stella luminosa della danza mondiale e donna straordinaria, il cui pluridecennale legame affettivo con Vico Equense viene oggi celebrato dall’intera comunità. Con profonda ammirazione e gratitudine, il Sindaco e l’Amministrazione Comunale”. Grazie.

 

Violetta Elvin

Grazie. Io volevo dire due parole, però, adesso, sono rimasta senza fiato. Sono state dette tante cose bellissime su di me. Ne sono molto onorata, anche perché, tutto ciò è accaduto di fronte a questo monumento secolare, che ho amato molto, insieme con mio marito. Il professore aveva ragione, la bellezza di Vico Equense è qualcosa di straordinario. Quando ho inviato il telegramma a mia madre, questa potrebbe sembrare una storia naif, dopo essermi trasferita a Vico Equense, avendo lasciato l’Inghilterra, le ho scritto: Mamma, ho lasciato Londra e adesso vivo nel Golfo di Napoli, a Vico Equense. Il giorno dopo aspettavo la risposta, ma non arrivava. Ho atteso alcuni giorni, fino a quando, una sera alle 23.00, qualcuno bussò vigorosamente alla porta di casa nostra. Fernando e io andammo ad aprire. Era il postino di Vico Equense. Allora, a Vico, c’era solo un postino, che si chiamava Robertino. Conosceva tutti e ci disse, con quell’accento così bello: Avvocato, c’è un telegramma da Mosca. Io pensai che, se qualcuno aveva mandato, a quell’ora, un telegramma, era successo qualcosa di grave. Aprii il telegramma e vidi scritto: Dove sei finita? Ho guardato molti libri nelle librerie di Mosca. Non c’è Vico Equense nel Golfo di Napoli! Voglio aggiungere che per me è stato ed è un grande onore vivere qui. Sono imbarazzata per tutte le belle parole che sono state dette su di me e di cui ringrazio il senatore Lauro, il sindaco Buonocore, il direttore Nuzzo e i professori Siniscalchi, Ferraro e Barba. Dobbiamo continuare a rendere omaggio a questo bellissimo golfo, perché non è mai lo stesso. Di notte, se vado alla finestra, tutta Napoli brilla. Il golfo è stupendo. Dobbiamo continuare ad amare questo luogo e renderlo sempre più bello. Grazie, grazie a tutti i presenti!

 

Andrea Buonocore, Sindaco di Vico Equense

Adesso è doveroso ringraziare e omaggiare Raffaele Lauro, il quale, con quest’opera, ha voluto elevare un monumento a Violetta Elvin e, nello stesso tempo, a Vico Equense. Finalmente incominciamo a parlare bene anche di Vico. Questo omaggio, che stasera offro al suo cuore, a nome mio e dell’Amministrazione Comunale, sia il segno di riconoscenza, per lui che ha voluto investire tempo, fantasia e capacità, per parlare bene di Vico. Infatti, quanti leggeranno questo libro vi troveranno non solo l’elogio di una donna meravigliosa, ma anche le lodi di un territorio unico nel suo genere, che, come diceva donna Violetta, abbiamo tutti il dovere di difendere, di proteggere, di custodire, di migliorare e di consegnare a coloro che verranno dopo di noi. Mi sia consentito questo riconoscimento perché, grazie a questo libro meraviglioso, il senatore Lauro ha celebrato la nostra Vico. Tutti noi, a partire dal direttore del Social World Film Festival, ce la stiamo mettendo tutta e, ciascuno nel suo piccolo, dobbiamo contribuire a parlare e a far parlare bene della nostra Vico Equense. Grazie.

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